MISTER NOIR: X ANNIVERSARIO In evidenza

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mr noir cover smallLo chiamano Mister Noir... come a suo tempo si diceva di Mister Tibbs a proposito dell’ispettore Virgil Tibbs. E se il protagonista dei romanzi di John Ball, portato sullo schermo da Sidney Poitier, poteva vantarsi di essere il primo poliziotto nero della letteratura poliziesca americana, anche Mister Noir può dichiarare con orgoglio di essere il primo detective privato disabile del giallo italiano. Disabile è una definizione imprecisa, naturalmente. Ma anche il termine più politicamente corretto diversamente abile sarebbe limitante. Perché Mister Noir – di cui ancora non conosciamo il nome di battesimo né le origini ma solo la città di residenza, Milano, e la natura della sua disabilità, la tetraparesi spastica che lo limita pesantemente nei movimenti e nel linguaggio – è in realtà abilissimo. Grazie anche all’inarrestabile voglia di raccontare storie del suo creatore (o, per meglio dire, biografo) Sergio Rilletti, che da dieci anni dedica parte della sua produzione di racconti di varia lunghezza a questo personaggio, di cui ora esce da Cordero Editore la prima raccolta cronologica in edizione cartacea e digitale.

Di Mister Noir non si sa molto, se non che gode di un certo benessere economico e di un tasso elevato di eccentricità, che non lo renderanno competitivo con Bruce Wayne e Sherlock Holmes rispettivamente, ma gli consentono di accettare solo i casi che lo interessano. I più improbabili, dunque. Come editor della maggior parte delle avventure pubblicate di questo personaggio, nato nell’ottobre 2004 sulle pagine di M-Rivista del Mistero, ho dovuto insistere perché il suo autore rivelasse quantomeno com’era avvenuto il suo primo incontro con Elena Fox, brillante braccio destro investigativo del detective. Ma per ora neppure io sono al corrente dei segreti di Mister Noir.
Posso parlare, questo sì, dei casi di cui si è occupato e in particolare di quelli che compongono il volume che esce a dieci anni dalla prima apparizione del personaggio, Le avventure di Mister Noir, cui ne seguiranno nei mesi a venire altri due. E le prime parole chiave che vengono in mente sono ironia, tradizione, contaminazione.
Ironia, perché Sergio Rilletti scrive per divertire se stesso e divertire i lettori. Anche se in queste sue storie non mancano aspetti dannatamente seri di cui parlerò tra breve, il tono è leggero e riprende il gusto della commedia che aleggiava in molti telefilm anglosassoni e americani girati tra gli anni Sessanta e Settanta, da Gli inafferrabili fino ad Attenti a quei due, ma anche certe spacconate dei film di Bud Spencer e Terence Hill. Non aspettatevi quindi alcun tono buonista da fiction tv sulla gente che ha i probblemi, perché l’autore sarebbe il primo ad annoiarsi.
Tradizione, perché Rilletti – da avido lettore e spettatore di produzioni vintage – ha una notevole competenza sulle caratteristiche di certi detective infallibili: eccentricità, caratteraccio e sarcasmo, il tutto ampiamente perdonabile grazie alla genialità che contraddistingue l’eroe. E così non ci sono solo echi di Sherlock Holmes o di Hercule Poirot, in Mister Noir, ma anche di Ellery Queen e Nero Wolfe. E, naturalmente, di Robert Ironside e Lincoln Rhyme, i due più celebri detective in sedia a rotelle, generati il primo da Collier Young (alias Robert Bloch, l’autore di Psycho) e il secondo da Jeffery Deaver, incarnati uno da Raymond Burr in una celebre serie tv e l’altro da Denzel Washington nel film Il collezionista di ossa. E proprio a Rhyme Sergio dedicò un articolo, Un cervello in movimento, su M-Rivista del Mistero (La stessa pubblicazione su cui sarebbe apparso Mister Noir) sottolineando certi parallelismi tra il personaggio di Deaver e il pachidermico Wolfe di Rex Stout, entrambi destinati a delegare la maggior parte degli spostamenti a scopo investigativo al proprio braccio destro, Archie Goodwin per Wolfe e Amelia Sachs per Rhyme.
Contaminazione, perché Sergio Rilletti non si accontenta di muovere Mister Noir, Elena Fox e la loro sventurata controparte della Polizia di Stato, il commissario Cordieri, in contesti di giallo classico o hardboiled, ma mette in gioco anche situazioni fantastiche affrontate con la razionalità dei migliori detective dell’impossibile. Ne è un esempio il primissimo racconto pubblicato della serie (secondo in questa raccolta), La vendetta dell’uomo che non era mai nato, in cui all’indagine su un complotto molto terreno si affianca quella su una serie di delitti commessi da un fantasma, vittima di una sorta di paradosso temporale... realmente accaduto. Non ho mai indagato su quale rapporto Rilletti abbia con i fumetti di Tex, uno dei primi esempi di narrativa popolare di contaminazione in cui realtà e fantastico si possono unire e alternare liberamente, ma so della nostra comune passione per i telefilm di Agente speciale degli anni Sessanta (di cui vengono riprese qua e là alcune strutture narrative) e per X-Files, altra serie citata in modo esplicito in questi racconti.
Insomma, Rilletti ama giocare, ma conosce benissimo le regole della partita.
Nondimeno, se tutto questo dà origine a una serie divertente in cui domina l’intrattenimento (e che, aggiungo, potrebbe essere un’ottima lettura propedeutica anche per i ragazzi che si vogliano avvicinare alla letteratura di genere) c’è anche una componente molto seria espressa in modo non meno lieve di tutto il resto (e questo rende a mio avviso i racconti doppiamente istruttivi anche come lettura per giovani adulti). Quando il mio amico Jeffery Deaver cominciò a scrivere i romanzi di Lincoln Rhyme e, successivamente, Denzel Washington si preparò a interpretare il personaggio, si dovettero documentare sulla realtà quotidiana di un uomo che vive e lavora su una sedia a rotelle. Sergio Rilletti non ne ha avuto bisogno, perché dispone di un’esperienza diretta fin dalla nascita. Sicché tutti i dettagli che evidenzia nel protagonista, dai problemi di linguaggio alle difficoltà di muoversi in certe situazioni (che pure non limitano le capacità di azione... e reazione del protagonista) sono vissuti in prima persona e trasmessi in tutta la loro realtà, permettendo al lettore di vedere dall’interno il significato di una disabilità senza che l’autore perda tempo in sermoni e autocommiserazioni. Certe cose le lascia ai soliti, noiosi normodotati.


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