IN RICORDO DI SERGIO BONELLI

di  Gianluca Mercadante

bonelliDi tutte le morti celebri che stanno tinteggiando di nero questo periodo culturalmente già nerissimo di suo, quella di Sergio Bonelli è stata per me la più dolorosa. Forse perché, a differenza dei rari maestri con cui ho avuto la fortuna di crescere – vedendomi da loro a metà strada abbando-nato causa forza maggiore - Bonelli l’ho conosciuto di persona.
Era da poco apparso in libreria il nuovo romanzo di uno scrittore mila-nese, comune amico di entrambi, il quale aveva come al solito chiamato a raccolta critici e operatori di settore per invitarli a presentare in pubblico il suo volume. Voleva gli facessi da correlatore e da mia abitudine avevo creduto opportuno informarmi sul numero e sull’identità degli altri.
"Sei sicuro di volerlo sapere?" aveva risposto lui, alimentando non di poco la mia curiosità. "Te lo dico, ma cerca di non svenire: siete tu e Sergio Bonelli."

A forza di fare il giornalista free-lance, ho finito col credere che un famoso passaggio de Il giovane Holden, benché di nobili intenti, sia miseramente discutibile: se un libro mi coinvolge, il desiderio di telefonare all’autore una volta finito di leggerlo, per poterne discutere assieme, è davvero l’ultima cosa che mi verrebbe in mente di fare – a meno che non debba intervistarlo. Certe “visioni poetiche” del mondo editoriale tendono a ridimensionarsi di parecchi punti man mano che vi si entra in contatto.
Seguendo la logica di questo ragionamento, qualora per lavoro mi occupassi di fumetti, il signor Bonelli mi apparirebbe magari nei panni dell’imprenditore dal cuor d’oro che tutti hanno sempre descritto, punto e basta. Il problema è che io i fumetti li amo e li amo nella misura spassionata, gratuita e completa con cui sento di dover amare le pagine, le storie, i personaggi che hanno saputo accendere e mantenere viva la mia immaginazione quando un’immaginazione non sapevo neppure di pos-sederla. Fra questi personaggi, è pressoché impossibile escludere quelli, o parte di quelli, che la casa editrice di Sergio Bonelli ha sfornato negli an-ni. E la mia “visione poetica”, nonostante l’impatto con la realtà che mi ha permesso d’incontrare lui, nel suo personale caso non è cambiata.

La serata prometteva bene: frizzante di bottiglie appena stappate, crepitava nell’attesa di decollare col rumore delle bollicine nella schiuma delle birre ordinate – e già mezze bevute. Il locale si trovava nel cuore della vecchia Milano, all’angolo di via Garibaldi. Correva voce che un tempo il posto fosse stato un bordello e, d’altra parte, l’eccessiva ristrettezza fra le pareti della breve scalinata che dal primo piano conduceva al secondo, tale da obbligare gli avventori a salire uno per volta, lasciava presupporre ci fosse dietro una trovata architettonica a vantaggio delle madamigelle di facili costumi, che potevano così accompagnare alle stanze i cavalieri paganti, precedendoli. Non era difficile ipotizzare quante e quali fantasie erotiche si scatenassero su quei gradini, che ora immettevano in un am-biente abbastanza ampio, dove i tavoli erano stati spostati e accatastati sul fondo, contro il muro, e le sedie ordinate in due file, con un corridoio nel mezzo a malapena utilizzabile per accomodarsi al proprio posto, azione che la maggior parte dei convenuti aveva comunque svolto con successo e senza feriti. I pochi rimasti in piedi, circondavano un uomo dall’aspetto più giovane dell’età che abitava il suo corpo, una gioventù non marcata, tuttavia, che si palesava nella presente vivacità dello sguardo. L’età, l’esperienza, la si percepiva invece per via della compostezza nei modi, che ne faceva un errore anagrafico vivente. Sembrava il ragazzo giusto nel corpo sbagliato, in un’era popolata da corpi che non sanno più cosa significhi l’essere giusti o sbagliati.
Mentre me ne stavo impalato fra il termine della scalinata e il piccolo bancone sulla destra, una voce inconfondibile, una voce gravida di alcol e di toscanacci, ma pure calda e a suo modo accogliente, aveva confermato, alle mie spalle: "Sì, è lui." Seduto sul trespolo, il sigaro in bocca, la media in mano e la schiena poggiata lungo il bordo del bancone, il comune amico in onor del quale eravamo lì riuniti indossava una cravatta color taxi americano e un sorriso sghembo. "Te l’avevo detto di non svenire…" Mi punzecchiava, alquanto tronfio. Sapeva di avermi fatto un regalo e sapeva fino a che punto lo stessi apprezzando.

La mia iniziazione alla lettura dei fumetti si deve a uno zio, fratello di mia madre, che li legge praticamente da tutta la vita. Uso il termine “iniziazione” non a caso, chiunque nutra un’identica passione verso le nuvole parlanti penso lo farebbe. L’amore per i fumetti è qualcosa che non s’insegna, si tramanda. La maniera di toccare gli albi, la necessaria confidenza da instaurare con l’edicolante affinché ti lasci libero di scegliere la copia mensile del tuo fumetto preferito, che non presenti abrasioni sulla costa o pagine compromesse nel processo di stampa, l’ansia buona che anticipa l’uscita della nuova avventura, mese per mese, il fatto di riconoscere al volo il tratto di un disegnatore… Ebbene: se esiste una materia che insegni tutto questo ai ragazzi d’oggi, beh, io salirò in cattedra.
Avvicinare le nuove generazioni ai fumetti, bella pensata! È un miracolo se aprono di un quarto i libri che sono costretti a studiare. Questo dicono le statistiche, questo ha sostenuto lui, Bonelli, nei recenti periodi. L’ha ribadito perfino a me, durante un’intervista che gli ho proposto per conto di un giornale, anni dopo la serata a Milano. Ne rammento un passo.
«Se io al momento attuale in cui parliamo vendo un terzo di meno, ri-spetto a quindici anni fa, e, di contro, un’azienda produttrice di televisori vende un terzo di più, a parità di tempi, i discorsi sono presto fatti.»
Eh, sì, Sergio. Sono presto fatti sì, i discorsi.
Alle nuove generazioni non mancano i fumetti. Alle nuove generazioni mancano i maestri. E gli zii lettori.

I riflettori si erano spenti sulla serata, anzi fulminati, per colpa mia: avevo commesso una gaffe, del tutto involontaria, diciamo, ma piuttosto controproducente ai fini di guadagnare vivi l’uscita. In una pagina del ro-manzo che stavamo presentando figurava il proprietario del posto, tizio assai singolare, che al pari di una ristretta cerchia di amici dell’autore appariva spesso nelle sue storie. Mi era sembrato carino dare lettura a quei paragrafi, dal momento che ci ospitava in casa sua. Peccato non avessi fatto i conti con un aspetto fondamentale del mestiere dello scrivere: il tempo. Fra la stesura di un testo e la sua diffusione possono passare anni. Capitava quindi che il messere, all’epoca della stesura, coltivasse la relazione sentimentale di cui si parlava nel testo, relazione che successivamente, all’epoca della diffusione, era saltata causa sostituzione fisica di una delle due parti. In pratica, il tizio assai singolare si era fatto una nuova vita. L’attuale compagna, da par suo, esternava bellicose contrarietà verso taluni argomenti che riguardavano il passato amatorio del nostro, ogni minimo accenno a qualsiasi donna l’avesse preceduta dava luogo a sce-nate d’isteria da manuale. E da manuale, infatti, una sedia stava per pren-dere il volo dall’ultima fila, a ridosso dei tavoli. Se la pazza fosse mai ri-uscita a liberarsi dall’impaccio della sopracitata sedia, che voleva appunto tirarci addosso, sicuramente sarebbe poi passata a quelli.
Era stato il pronto intervento di Bonelli a raffreddare l’animo della cerebrolesa, nonché i chiarissimi cenni iracondi che il compagno, di fianco a lei, rivolgeva al mio indirizzo. Una battuta scherzosa, uno sberleffo da niente, e il pubblico aveva riso di cuore, incluse le vittime dell’equivoco.
La serata era salva e avevamo approfittato dell’occasione, scambiataci un’eloquente occhiata noi tre, per chiudere veloci e in bellezza.
Lasciato l’amico scrittore alla firma delle copie, mi ero avvicinato al nostro salvatore, che adesso si guardava attorno tutto solo, una mano in tasca, la giacca di panno avvolta sull’altro braccio e l’aria di uno che sta cercando di capire che diamine ci faccia ancora lì. Quando lo avevo scosso sfiorandogli il braccio ad uso appendiabiti, era trasalito di botto, come risucchiato indietro da chissà quali universi sovrimpressi al nostro.
"Sergio, ti devo ringraziare due volte, mi sa."
"Ah, sì? E a cosa debbo?" aveva obiettato, scuotendo il capo.
"Al fatto che ci hai tirato in secco la barca, poco fa. E al fatto che… ec-co… io, vedi, adoro i fumetti… e… e…" Non capita tutti i giorni di ringraziare qualcuno per aver fatto qualcosa di bello. E se per caso, per purissimo caso, la circostanza ideale si verifica, le parole che giuravi sarebbero fluite a cascata dalla tua bocca diventano un rivolo di fiato, una congiunzione agonizzante.
Sergio Bonelli aveva notato qualcosa all’altezza delle mie ascelle e con un gesto rapido si era impossessato del romanzo scritto dal nostro comune amico, che trattenevo lì sotto. Nel frattempo, una penna gli era apparsa nella mano libera. Prima di vergare la sua dedica, col tono complice del ragazzino che combinerà una marachella e teme di essere beccato dai grandi, Bonelli aveva voluto confidarmi l’unica preoccupazione capace di affliggerlo in quel frangente: "Pinketts mi perdonerà, spero, se oso tanto." Mi aveva perciò restituito il libro con aria furtiva.
In quella, un artiglio calato sulla mia spalla rischiava seriamente di spez-zarmi qualche osso della stessa. Inutile dire chi fosse l’aggressore. Il tizio assai singolare mi guardava in cagnesco e non mollava la presa nemmeno per sogno. "Serata indimenticabile, fratello", sibilava a un centimetro dalla mia fac-cia, l’alito assassino.
Nessun cugino di terza, cognato o bisnonno, nella sua famiglia allargata. Chiunque mettesse piede nel suo locale diventava automaticamente un fratello, come a messa. "Indimenticabile", continuava a ripetere, per poi di colpo tornare indietro, verso la compagna. Lo aspettava seduta sulla sedia che avrebbe volentieri rotto sulle nostre teste. Le altre erano quasi tutte vuote, tutta la gente era scesa a servirsi da bere dabbasso, o stava in fila per l’autografo.
Bonelli non c’era più.
Appena ricevuta la notizia, ho ripreso in mano quel libro, l’ho aperto.
Lo svolazzo della sua firma fa male agli occhi.
Subito sopra, c’è solamente una parola.
Subito sopra, c’è scritto “Grazie”.
So long, Sergio. E grazie a te.

Possa tu avere parole calde in una notte fredda,
la luna piena in una notte scura
e una strada sempre liscia davanti alla tua porta”
(Preghiera irlandese)

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