Qui il giornalista del romanzo diventa una donna, Reiko Asakawa, madre single del bambino Yoichi, il cui padre è il professor Ryuji Takayama, che ora ha una relazione con la propria assistente, Mai Takano. Reiko sta conducendo una serie di interviste tra le studentesse di Tokyo su una leggenda metropolitana ormai acquisita: esiste una videocassetta che provoca la morte dello spettatore entro una settimana dalla visione. Perciò Reiko tende le orecchie quando scopre che sua nipote Tomoko (alla quale è dedicata la sequenza iniziale del film, mentre si trova in casa con un’amica, testimone della sua fine orribile) potrebbe esserne rimasta vittima. Risalendo al bungalow dove la nipote e altre tre vittime simultanee della maledizione hanno trascorso il weekend precedente a quello fatale, Reiko trova e vede la videocassetta. Il trillo del telefono dà inizio al countdown, che si estende nei giorni successivi a Ryuji, coinvolto nell’indagine sul mistero, e al bambino, che ha visto la videocassetta accidentalmente.
Tra le aggiunte arbitrarie della sceneggiatura ci sono i poteri telepatici di cui sono dotati Ryuji e, apparentemente, il bambino, mentre le origini di Sadako si fanno sempre più nebulose: il vero padre non sarebbe più il professor Ikuma, bensì un’oscura entità venuta dal mare. Il film non è tuttavia privo di meriti, soprattutto quello di esaltare le possibilità visive della vicenda. Molto suggestivo il video, sgranato e confuso come una trasmissione disturbata, con l’ormai celebre inquadratura di mamma Shizuko che si spazzola allo specchio, la visione del pozzo e l’inquietante icona della ragazzina dalla veste bianca e dai lunghissimi capelli neri che le coprono il viso. Il colpo di scena finale rende meglio sullo schermo che nel romanzo. Complessivamente, Ringu è un film molto efficace e i rapporti tra i personaggi funzionano meglio rispetto alla prima trascrizione letterale per il piccolo schermo.
I problemi nascono con i sequel. In un caso più unico che raro, Ringu ha avuto due “numeri 2” alternativi, interpretati tuttavia dallo stesso cast negli stessi ruoli. Il primo dei due è Spiral/Rasen, diretto da George Lida e tratto da un altro romanzo di Koji Suzuki in cui appaiono molti personaggi di Ring. Per la distribuzione, Spiral, non attende nemmeno il successo del primo film: viene presentato in “double feature” proprio insieme a Ringu, alla fine del gennaio 1998.
Ma conciliare la trama del romanzo con le varianti inserite nel Ringu cinematografico è quasi impossibile. Per cominciare, gli sceneggiatori si devono liberare di Reiko Asakawa e di suo figlio Yoichi, che vengono trovati morti in un incidente d’auto, con un videoregistratore nel bagagliaio (e pensare che nel film precedente li credevamo salvi). Dopodiché la storia si impernia su un compagno di studi di Ryuji, ora divenuto anatomopatologo. Questi, già depresso per l’annegamento del proprio figlio, viene oltretutto incaricato di compiere l’autopsia sul corpo dell’amico Riuji, che gli ha lasciato tuttavia degli indizi da seguire. Il dottore rischia di essere sedotto da un’apparizione di una Sadako in versione erotica, ma finisce tra le braccia della malinconica Mai Takano, legata a Ryuji non solo dai sentimenti ma anche dalle facoltà telepatiche di cui anche lei dispone (un potere paranormale ormai non lo si nega a nessuno). Vi sono cenni alla vera causa della morte delle vittime di Ringu, un virus mutante che riprende le teorie del romanzo originario di Suzuki. Ma quello che conta è il vero piano di Sadako: impadronirsi del corpo di Mai, per trasformarlo in una sorta di macchina per la clonazione: messa incinta, produce a breve termine un bambino che in tempi rapidissimi raggiunge l’età e le cognizioni del modello originale. Il dottore riesce ad avere indietro il figlio perduto, clonato da una ciocca di capelli, mentre Mai/Sadako se ne va con Ryuji/clone, complice della ragazza fantasma pur di tornare a vivere: insieme la nuova coppia conquisterà il mondo?
Suggestiva la scena dell’autopsia, in cui il cadavere aperto di Ryuji sembra riprendere vita, così come il finale in cui il male trionfa, ma questo non basta a ripetere il successo del film precedente, che nel frattempo conquista un milione e mezzo di spettatori solo in Giappone.
Il tonfo di Spiral, che si concilia più con i romanzi che con il primo film, induce la casa di produzione, la Kadokawa Shoten, a fare finta di nulla e a riconvocare il cast agli ordini del regista Hideo Nakata, per interpretare una storia originale, del tutto slegata dall’altro sequel, ma non meno incoerente. Questo non impedisce a Ringu 2 di essere campione di incassi in Giappone nel 1999. Anche stavolta si riparte dal finale del primo Ringu: è in scena Mai Takano, che vuole sapere che cosa sia realmente avvenuto a Ryuji (che qui appare più volte in veste di fantasma) e si mette alla ricerca di Reiko Asakawa e del piccolo Yoichi, che in questa versione sono vivi e vegeti. Continuano le morti a catena legate alle videocassette, che destano la curiosità di un collega di Reiko. Mai trova Reiko e il bambino, ma la giornalista muore investita da un autocisterna e Mai deve prendersi cura del piccolo Yoichi. La resa dei conti avviene sull’isola di Izu Oshima, sul bordo di una piscina in cui uno scienziato, constatati i crescenti poteri del piccolo Yoichi, tenta un disastroso esperimento in cui scatena soltanto l’ira di Sadako, la quale induce quasi tutti i presenti a tuffarsi in acqua e ad annegare. Solo Mai e Yoichi, protetti dal fantasma di Riuji, riescono a emergere salvi dalla piscina maledetta.
Si moltiplicano i remake: nel 1999 in Corea viene realizzato un altro Ring, ribattezzato Ring Virus per distinguerlo dall’originale, e lo stesso anno la televisione giapponese riparte a sua volta dai personaggi del primo romanzo per realizzare una serie televisiva in dodici episodi intitolata Ringu: Saishuu-sho, ovvero “Capitolo finale”, in cui Asakawa torna a essere di sesso maschile. In seguito, verrà girata un’analoga serie tv in tredici episodi basata su Rasen.
Nel frattempo, la Kadowawa Shoten fa invece nuovamente appello a Koji Suzuki, partendo da un racconto-prequel che amplia l’episodio della giovinezza di Sadako. Nasce così Ring 0-Birthday (Ringu 0-Basudei di Norio Tsuruta, del 2000), imperniato sul tentativo di Sadako, diciottenne, di buttarsi il passato alle spalle e tentare una carriera di attrice. Ma anche qui la situazione prende la mano agli sceneggiatori. Siamo negli anni Sessanta, trent’anni prima degli eventi di Ringu, anche se dai costumi non si direbbe. Il motore della vicenda è una giornalista che indaga su Sadako, ritenendola forse responsabile della morte del padre durante la storica conferenza in cui la stampa voltò le spalle a Shizuko Yamamura, (ma che si tratti del padre è più una conclusione dello spettatore, quando a due terzi del film la giornalista si trasforma in vigilante e guida una spedizione punitiva contro Sadako). Senza contare che il padre putativo si lancia in un’improbabile spiegazione, con tanto di schizzo su un foglio di carta, secondo cui una Sadako malvagia si sarebbe staccata per scissione dalla Sadako originaria. Ma la folla inferocita fa sì che le due Sadako si riuniscano. Al professore-patrigno non resta che risolvere la situazione neutralizzando (così crede) la rafazza e i suoi poteri. Come anche negli altri due sequel, le scene di maggior effetto sono quelle che ricalcano le situazioni del primo film. Di fatto, non viene raccontato niente di nuovo.
Molto più originale invece la pellicola, sempre della stessa casa di produzione, cui tocca il “double feature” con Ring 0: si tratta di Isola, di Toshiyuki Mizutani, tratto invece da un romanzo di Yusuke Yamada e Fumio Inoue. Sullo scenario già di per sé inquietante della città di Kobe dopo lo spaventoso terremoto del 1991, si incontrano Yukari, una volontaria in crisi di identità, tormentata da una facoltà telepatica che le fa percepire i pensieri altrui (un po’ come gli Scanners di cronenberghiana memoria) e Chihiro, una studentessa affetta dal disturbo di personalità multipla. L’istinto porta la volontaria a indagare sulle dodici identità della ragazza, tra le quali se ne nasconde una di troppo: una tredicesima personalità pronta a uccidere chiunque maltratti la studentessa di cui occupa il corpo. Non a caso si chiama “Isola” (sic) come una donna-fantasma vendicativa in un’opera letteraria giapponese, I racconti della luna pallida d’agosto. E, come il personaggio di quel libro, Isola è fortemente possessiva nei confronti dell’uomo che ha amato prima di “invadere” la studentessa… La soluzione all’enigma è estremamente originale e in parte giocata sulla scrittura dei nomi attraverso ideogrammi e la loro trascrizione in caratteri latini. Anche qui riappare il tema della morte nell’acqua, che sembra essere la condizione primaria per mantenere in vita un’anima ostile dopo la morte del corpo. Notevole l’interpretazione della graziosa Yu Kurosawa nel ruolo della studentessa Chihiro, che a seconda delle varie personalità diviene timida, infantile, aggressiva, crudele o maliziosamente seducente. Ma nel frattempo sta per arrivare sugli schermi un'intera famiglia di onryo, come vedremo nel proseguimento dell'articolo.
ONRYO: SPETTRI DEL SOL LEVANTE - 2
di Cristiana Astori e Alex Montecchi
Nella prima parte di questo articolo abbiamo visto come lo scrittore Koji Suzuki abbia riletto la tradizione dell'onryo in chiave moderna e addirittura tecnologica. E dopo qualche anno i suoi libri vengono trasposti sullo schermo, dando vita al filone del saiko horaa. Il primo esperimento, oggi dimenticato, è un tv movie del 1995 (Ringu: Kanzen-ban, regia di Chisui Takigawa), ragionevolmente fedele al romanzo anche in alcuni punti particolarmente delicati (specie riguardo alla sessualità di Sadako) ma meno impressionante dei suoi successori. Tuttavia due anni dopo il cinema si impadronisce della vicenda, trasformandola in un clamoroso successo.
Il primo Ring cinematografico (o Ringu, alla giapponese) porta nella sceneggiatura alcune modifiche tese a semplificare la storia e a compattare i personaggi, modifiche che verranno poi in larga parte adottate anche nella versione americana, insieme a qualche suggestione proveniente da Dark Water, altro romanzo di Koji Suzuki che condivide con Ring il tema dell’orrore nell’acqua. Ma Ringu, girato nel 1997 da Hideo Nakata e giunto sugli schermi giapponesi il 31 gennaio 1998, introduce qualche cambiamento arbitrario che non solo complica inutilmente la trama ma soprattutto si ripercuoterà disastrosamente anche sui seguiti.






























