Ci sono anche suggestionii provenienti da altre fonti: il male che si manifesta attraverso rigagnoli d’acqua sotto le porte e la bambina-fantasma di cui non si vede mai il volto (Dark Water); un bambino sensibile alle “presenze” in occasione di funerali (che assomiglia pericolosamente a una scena de Il sesto senso, ma deriva in realtà da una sequenza di Ringu); un’entità malevola in grado di spostare oggetti telecineticamente per raggiungere i propri obiettivi (Final Destination): c’è persino lo spunto per una citazione di Hitchcock da La finestra sul cortile, quando la protagonista contempla dal proprio balcone i salotti delle case altrui, in cui tutti sono incollati davanti ai teleschermi (c’è persino chi guarda film giapponesi). Al tempo stesso, la trama è semplificata da complicazioni in eccesso: la madre di Samara, anziché telepata, è una campionessa di equitazione e allevatrice di cavalli, la cui vita si complica perché desidera un figlio a ogni costo… Più lineare, il film esalta l’angoscia del conto alla rovescia e della sorpresa finale. Ottima poi la resa del video, realizzato come un film surrealista con qualche tocco di “american gothic”, veramente impressionante.
Tra le scene tagliate da The Ring risulta molto efficace quella in cui Noah (la versione americana di Ryuji) torna al bungalow da cui proviene la videocassetta maledetta e scopre che anche il proprietario l’ha vista, pagandone le conseguenze. Forse più ovvia, e per questo scarificabile, l’inquadratura finale in cui la videocassetta maledetta finisce in un videonoleggio, pronta a seminare il terrore tra tutti coloro che ancora non sono passati al dvd… Il successo del film americano è tale da mettere in cantiere altre due produzioni USA in chiave suzukiana: un The Ring 2 diretto, curioso a dirsi, dal regista di due dei Ringu originali, Hideo Nakata, e proseguimento del precedente (ma corre voce che sia in preparazione anche un The Ring 3D previsto per il 2014; così come è imminente un Sadako-3D scritto da Koji Suzuki e sequel di Ringu 2, in uscita in Giappone nella primavera 2012); e già esiste una versione statunitense di Dark Water, già portato sullo schermo in Giappone da Nakata nel 2002.
Tratto anche questo da un romanzo di Koji Suzuki, Dark Water (Honogurai mizu no soko kara) è la storia di Yoshimi Matsubara che si è da poco trasferita con la figlia Ikuko in uno squallido caseggiato in un sobborgo di Tokio. La madre, da poco reduce da una sorta di esaurimento nervoso, deve lottare per trovare un lavoro decente e difendersi dall’ex marito pronto a tutto pur di strapparle la bambina. Ma c’è qualcun altro nel palazzo che sembra interessato alla piccola Ikuko, qualcuno che porta un impermeabile giallo e una borsettina rossa con sopra un coniglietto…
L’orrore secondo Nakata è una macchia di umidità che cresce sul soffitto e si dilata lenta ma inarrestabile, un incubo che ha i colori cupi del muschio e delle alghe acquatiche e lo scroscio della pioggia battente che non smette di cadere. Memore della lezione di cineasti quali Dreyer, Wise e Cronenberg, il regista costruisce un film inquietante, denso di suspense, forse una delusione per i fan del gore e dello splatter: infatti i tipici segnali del demonio, il fuoco e il sangue, sono assenti dalla pellicola: l’acqua spegne il fuoco e scioglie il sangue ma non per questo è meno venefica.
L’acqua agisce lenta e inesorabile, e proprio questo è il ritmo del film di Nakata che dice di non amare lo stile hollywoodiano contemporaneo, che tende a intossicare lo spettatore di stimoli e di immagini a oltranza. Il regista predilige infatti un ritmo lento e ipnotico, più intimista, elegantemente sottolineato dalla colonna sonora di Kenji Kawai che, anziché crescere nei momenti di pathos, si interrompe bruscamente lasciando un forte impatto sullo spettatore. Nella pellicola di Nakata gli squallidi corridoi del vecchio palazzo in cemento rivelano vuoti ancora più inquietanti delle presenze spettrali che nascondono e ci riportano alla mente i lunghi corridoi cronenberghiani de Il demone sotto la pelle o di Crash. La passione dichiarata di Nakata per il cinema occidentale (e in particolare europeo) si riflette anche in una indubbia citazione di The Kingdom di Lars Von Trier: come dimenticare i lamenti della bambina fantasma intrappolata nell’ascensore? Un'altra cifra stilistica del regista sta nel modo di inquadrare i personaggi: la piccola Ikuko è spesso in secondo piano prospettico, come se venisse inghiottita dall’ambiente, oppure schiacciata in spazi claustrofobici.
L’atmosfera del film è potenziata dalla fotografia sulle tonalità del verde marcio e del marrone che dà allo spettatore la sensazione di essere inghiottito dal liquido verdastro e trasportato sott’acqua, in un mondo che è il riflesso capovolto di quello in superficie. Un mondo denso di crudeltà e di sofferenza e che ha le sue regole, opposte a quelle del senso comune. Il film infatti si basa interamente su contrasti: lo stesso titolo, Dark Water, è un ossimoro, infatti l’acqua che da sempre è ritenuta all’origine della vita ed è immaginata come chiara e cristallina, qui è oscura, fangosa e soprattutto latrice di morte. Un altro paradosso è che il luogo della morte per eccellenza, l’abisso sotterraneo della cisterna dove precipita la piccola Mitsuko si trova proprio nel punto più alto del palazzo, sul tetto.
L’acqua diventa anche lo specchio delle paure più segrete e inconfessabili e crudelmente le riflette con tutto il loro potenziale minaccioso e destabilizzante. Infatti nel mondo “reale” vediamo una madre “buona” (Yoshimi) che cresce con affetto una figlia anch’essa “buona” (Ikuko); nel mondo “capovolto” si muove invece una madre “cattiva” che abbandona la sua bambina (Mitsuko) la quale diventa, suo malgrado, anch’essa “cattiva”. Il mondo “acquatico” in questo caso non è altro che l’incarnazione della più grande paura di Yoshimi, cioè quella di essere una madre snaturata, punto debole su cui l’ex marito fa leva per ottenere la custodia della figlia. In un mondo sommerso e verdastro i segni del Malvagio hanno colori squillanti, perché possano essere raccolti e custoditi, come si fa con gli oggetti che si trovano sott’acqua. Sono la borsetta rossa di Mitsuko (rosso sangue) e il suo impermeabile giallo canarino, entrambi lucidi e brillanti come se fossero appena stati bagnati.
Le reminescenze kinghiane sono parecchie ed emergono già nella scelta degli oggetti: in It la prima vittima del mostro (George Denbrough) indossava proprio un impermeabile dello stesso colore quand’era stato trovato morto… ovviamente annegato. Lo stesso impermeabile, confezionato in una custodia di plastica trasparente e con il logo di Dark Water è stato distribuito in parecchi festival ed è diventato un oggetto di culto per gli appassionati. Ma le citazioni kinghiane non si fermano qui e si estendono anche allo Shining di Kubrick. Le scene che si snodano nei lunghi corridoi deserti sono una vera e propria citazione dei virtuosismi di steadycam del regista quando seguiva il piccolo Danny che pedalava nell’Overlook Hotel. L’ingresso di Ikuko nell’appartamento di sopra e il tentativo di annegamento da parte del fantasma richiamano direttamente la visita di Danny e poi del padre alla camera maledetta: nella stessa scena c’era una donna che usciva dall’acqua pronta a uccidere… Una citazione diretta di Shining è la sequenza in cui le porte dell’ascensore si spalancano, rovesciando litri, non più di sangue, ma di acqua letale e limacciosa. In fondo al pozzo, in fondo alla cisterna, si nasconde il riflesso oscuro della nostra realtà. Ma forse, come consiglierebbe Nietzsche, è meglio non guardare troppo nell’abisso…
ONRYO: SPETTRI DEL SOL LEVANTE - 4
di Cristiana Astori e Alex Montecchi
Nella terza parte di questo articolo abbiamo seguito gli sviluppi della saga di Ju-on alias The Grudge. A questo punto, malgrado le trovate innovative di Ring, il romanzo di Koji Suzuki da cui abbiamo cominciato questo percorso sui vendicativi spettri giapponesi e i numerosi film di cui è stato ispiratore, la nostra amica Sadako Yamamura sembrerebbe condannata al confino presso una ristretta nicchia di appassionati di horror asiatico. A portare invece l'onryo di Suzuki agli onori del grande pubblico mondiale è l’intrusione, per una volta opportuna, del cinema americano, sempre a caccia di cinematografie altrui da saccheggiare.
La versione statunitense di The Ring pesca in modo geniale da tutte le versioni. La trama generale è quella del romanzo, filtrato però attraverso la prima variante cinematografica: ecco dunque la sequenza iniziale con le due studentesse, una delle quali morirà, mentre l’altra finirà in clinica sotto shock (episodio questo che si era visto in realtà nel Ringu 2 giapponese); il rapporto tra i protagonisti (la giornalista, il bambino, il padre del bambino) identico a quello della sceneggiatura di Ringu; la ricerca del sito geografico apparso nel video, in cui il vulcano giapponese originale è rimpiazzato da un suggestivo faro della costa settentrionale USA; un indizio sulla materializzazione di oggetti dalle immagini video, che dà un’indicazione precisa su cosa accadrà nel finale; la detenzione della bambina, qui ribattezzata Samara, in una stanzetta inaccessibile (episodio cui si fa riferimento invece in Ringu 0).


































