Abbiamo visto negli articoli precedenti la nascita della versione a fumetti del personaggio mitologico di Thor, incarnato in un essere umano, Donald Blake, medico gracile e zoppicante; quindi la sua affiliazione ai Vendicatori, con gli occasionali ritorni alla vita da dio-guerriero nel mondo di Asgard.
Man mano che le avventure di Thor si alternano tra la consueta (e, negli anni Sessanta, ancora piuttosto ingenua) fantascienza marveliana sulla Terra e la fumettisticamente innovativa heroic fantasy nel mondo degli dei, cambia anche il suo modo di esprimersi. Nei panni del dio del tuono, il personaggio parla in un altisonante inglese (quasi) arcaico, quello che gli anglosassoni conoscono dagli studi di Shakespeare: una lingua che sembra comune a tutti gli abitatori dei mondi frequentati da dei, giganti e troll. Il che forse giustifica che il primo a portare Thor sul grande schermo come regista sia Kenneth Branagh.
Nato nel 1922, Stanley Lieber in arte Stan Lee è probabilmente l'autore di fumetti più famoso nel mondo. Non solo per i personaggi cui ha dato vita presso la Marvel Comics e che nell'ultimo decennio hanno prepotentemente conquistato il cinema grazie ai film realizzati dai Marvel Studios, ma anche in quanto icona lui stesso, al punto di concedersi numerose pertecipazioni straordinarie alla Hitchcock nelle pellicole basate sui suoi supereroi: ne ho contate sedici a partire dalla prima, nel 1988, fino a quella del film appena uscito in questi giorni, The Avengers.
Chief editor e poi presidente della Marvel a fumetti a New York, creatore negli anni Sessanta dei Fantastici 4, Spiderman, Hulk, Thor, gli X-Men, Iron Man e molti altri personaggi, oggi a capo deila Marvel cinematografica a Los Angeles, intrattiene da decenni generazioni di lettori e spettatori ed è riuscito a trasportare con successo il suo universo sul grande schermo. Ripropongo le sue dichiarazioni nel corso di un'intervista via satellite del 5 dicembre 2003 dal Courmeyeur Noir in Festival (pubblicate in origine nel 2004 su M-Rivista del Mistero). Ed è un'occasione per rivedere, nelle foto e nel video in fondo all'articolo, le sue precedenti apparizioni (qui accanto: quella nel primo Spiderman di Sam Raimi) senza però bruciarvi la sorpresa di quella nel nuovo film.
Nell'ottobre 1962, due mesi dopo la prima storia di Thor su Journey into Mystery, Stan Lee amplifica l'uso della mitologia nordica recuperandone un altro personaggio. Se Thor è il primogenito di Odino, esiste anche un fratello di nome Loki (o Loge, nella versione germanica), dedito all'inganno e alla discordia. Sullo stesso albo, in appendice al racconto di Thor, sulla stessa rivista comincia ad apparire la serie Tales of Asgard, che narra a fumetti le antiche leggende, collegandole alla saga moderna del dio del tuono. È il principio della doppia natura del ciclo dedicato al personaggio, giocata tra le avventure in chiave fantascientifica sulla Terra (in cui Thor deve conciliare la propria identità umana con quella sovrannaturale e prendere parte attiva nel vasto universo dei supereroi e supercriminali della Marvel) e quelle su Asgard, di impianto heroic fantasy, in cui torna a svolgere il suo ruolo di dio-guerriero. A collegare i due mondi, secondo il mito, è Bifrost, il Ponte dell'Arcobaleno, su cui veglia il paziente (ma talvolta distratto) Heimdall.
Nel 1962 la casa editrice Marvel Comics, precedentemente nota come Timely Comics e Atlas Comics, è in pieno fermento. L'anno prima il caporedattore Stan Lee ha rivitalizzato il filone dei superuomini a fumetti – apparentemente al tramonto dopo la Golden Age prebellica – inventandosi i personaggi dei Fantastici Quattro, cui ben presto sono seguiti l'Uomo Ragno e Hulk. Secondo quanto racconterà lo stesso Lee, nel corso di un'intervista radiofonica il conduttore del programma gli suggerisce che, in fondo, i supereroi rappresentino la mitologia dei tempi moderni.
Da qui l'idea di inserire nel nascente universo dei personaggi Marvel anche un personaggio preso a prestito dalle antiche religioni. Anziché rivolgersi alla mitologia greco-romana, che a quei tempi furoreggia nel cinema peplum (e che la Marvel saccheggerà più tardi, a partire dal personaggio di Ercole) Lee opta per le saghe nordiche e per una delle loro divinità più longeve. Sicché nell'agosto del 1962 – per la cronaca lo stesso mese in cui muore Marilyn Monroe – sulla rivista-contenitore della Marvel Comics Journey into Mystery fa la sua comparsa il possente Thor (che, per assonanza con l'originale The Mighty Thor, nell'edizione italiana uscirà nel decennio successivo come Il mitico Thor).
Iron Man, di cui negli articoli precedenti abbiamo visto le origini e l'evoluzione, è il personaggio con cui i Marvel Studios lanciano la continuity cinematografica che collega numerosi personaggi Marvel: Hulk, Thor, Capitan America, ma anche Nick Fury, Vedova Nera e Occhiodifalco, tutti in scena nel film dedicato ai Vendicatori; tant'è che, come abbiamo visto in un altro articolo, il secondo film dedicato a Hulk si distacca dal primo per inserirsi in questo schema più vasto e ambizioso.
Il successo di Iron Man e Iron Man 2, i film diretti da Jon Favreau usciti nel 2008 e nel 2010, non è dovuto soltanto a una buona sceneggiatura e agli ottimi effetti speciali, ma anche alla scelta dell'interprete «umano» del supereroe: Robert Downey Jr. ritrae infatti un Tony Stark geniale, arrogante e narcisista a cui la vita ha imposto una drammatica lezione: gli eventi delle origini (come li abbiamo riferiti nel primo articolo su Iron Man) sono trasposti nell'Afghanistan di oggi – anche se il professor Yinsen mantiene lo stesso nome, che di mediorientale ha poco – e collegati a un complotto all'interno delle Stark Industries. Ci sono anche le due "spalle" originali dei fumetti anni Sessanta: Gwyneth Paltrow è una Pepper Potts a metà tra assistente frustrata e donna-manager, mentre lo stesso regista Jon Favreau interpreta di persona Happy Hogan, concedendosi più spazio nel secondo film.
Esaminata la genesi di Iron Man, vediamo ora come cambia l'aspetto del personaggio già nelle sue prime storie. Nella prima avventura appare come una specie di robot di metallo grigio, suggestivo ma forse poco adatto a un supereroe: lo stesso ragionamento che era stato seguito l'anno prima da Stan Lee e soci per Hulk, trasformando la pelle del mostro da grigia a verde.
Sicché nella seconda storia di Iron Man – resosi conto che così com'è spaventa i bambini – Stark realizza nel suo laboratorio di New York una nuova armatura dorata (gialla nella colorazione dei fumetti) ma sempre ingombrante: l'abbiamo vista nelle copertine riprodotte nel precedente articolo su Iron Man.
In seguito Stark passa a una versione più... attillata, rosso-oro (quindi rosso-gialla), con maniche e gambali in maglia di ferro che si saldano magneticamente agli stivali e alla corazza; la paternità del nuovo look è divisa tra due veterani del disegno, Jack Kirby (autore della copertina) e Steve Ditko (autore delle matite), intervenuti nel numero di transizione, che vedete qui sotto.
Nel marzo 1963 un nuovo personaggio a fumetti spunta dalla Marvel Comics. Gli Stati Uniti sono reduci da un periodo di estrema tensione: la crisi dei missili di Cuba dell'autunno precedente (citata nel prequel cinematografico di X-Men del 2011) quando si è fatto tangibile il rischio di una guerra atomica tra USA e URSS. Alle elementari i bambini compiono esercitazioni in caso di attacco nucleare sovietico, ignorando che con l'onda d'urto arrivano anche radiazioni letali; come del resto lo ignorano i marines che partecipano alle esercitazioni nel deserto e a esplosione avvenuta marciano in gloria verso il fungo atomico, in una sospensione di letali particelle radioattive. Nel frattempo aumenta l'impegno militare americano in Vietnam, in cui – come nel decennio precedente in Corea – si scontrano l'influenza occidentale-capitalista con quella comunista. In questa primavera del 1963, in cui gli americani provano i brividi della Guerra Fredda e guardano con preoccupazione al sud-est asiatico, la Marvel Comics pubblica in una rivista-contenitore la prima avventura di un nuovo eroe fortemente legato al particolare momento storico: Iron Man
Come si sarà intuito dai due capitoli precedenti, che coprivano rispettivamente le origini e lo sviluppo del fumetto thriller-avventuroso in Italia, non ho la pretesa di elencare tutti i comics «di genere» prodotti nel nostro paese dagli albori a oggi. Quello che sto facendo è un breve riassunto a grandi linee, a uso dei neofiti. E quindi arrivo subito alla doppia rivoluzione che si verifica a partire dagli anni Sessanta, con l'ingresso nel fumetto popolare italiano del crimine, della violenza e del sesso, a partire dai cosiddetti «fumetti con la K».
Tutto ha inizio nel novembre del 1962, quando la casa editrice Astorina delle sorelle Angela e Luciana Giussani manda in edicola la prima storia di un personaggio che all'inizio è fortemente ispirato al Fantômas di Allain e Souvestre, trasferito però dagli anni Dieci agli anni Sessanta: Diabolik, ladro e assassino, che vediamo qui accanto alla sua prima apparizione (nella quarta di copertina del n.1, anno I). Nel contempo, nascono con questo personaggio anche un formato tascabilissimo e lo schema delle tavole a due-tre vignette, che negli anni a venire saranno adottati da innumerevoli pubblicazioni a fumetti, sia neri che non (come il comico-spionistico Alan Ford di Magnus & Bunker).
Riprendiamo, dopo un lungo intervallo, la pubblicazione di Tigri, corsari e fotogrammi, il saggio di Michele Tetro sul cinema salgariano. Nella prima parte abbiamo preso in esame il periodo che va dagli anni Venti, con i primi film muti tratti dal ciclo dei corsari, agli anni Quaranta, con le pellicole girate fra Cinecittà e il deserto libico. Nella seconda parte siamo passati alle trasposizioni cinematografiche degli anni Cinquanta, che vedono alla regia figure illsutri come Mario Soldati e Carmine Gallone e tra gli interpreti Lex Barker, Sabu e persino un esordiente Terence Hill.
Nella terza parte siamo giunti alle produzioni degli anni Sessanta, periodo di grande attività del cinema italiano di avventura, in cui tra gli attori salgariani spicca Steve Reeves e tra i registi Umberto Lenzi; per poi arrivare nella quarta parte al momento di maggiore notorietà dei più celebri eroi delle saghe del grande romanziere, Sandokan e il Corsaro Nero (ma soprattutto Sandokan, da molti ancora oggi ricordato soprattutto per la grande produzione televisiva in onda sulla RAI) con la grande stagione di Kabir Bedi e Sergio Sollima degli anni Settanta. E a questo punto arriviamo a... Gli anni Ottanta: dal Sahara al Bengala
2011: mentre l'Italia festeggia i suoi centocinquant'anni, reduce da un noioso incarico di supporto ai colleghi dell'MI5 (il Security Service britannico) al royal wedding, un illustre funzionario dell'MI6 (ovvero il Secret Intelligence Service di Sua Maestà) atterra a Torino per tenere una conferenza sull'antiterrorismo. A bordo della 500 che lo viene a prendere all'aeroporto, non può fare a meno di riconoscere la marca del profumo della giovane autista e fare qualche deduzione sulla sua vita privata, mentre lei si domanda se lui non sia per caso...
2012: nell'anno in cui Bond, James Bond compie sessant'anni come eroe letterario e cinquanta come mito cinematografico, si apre con questo episodio che riecheggia con ironia certe pagine di Ian Fleming l'agile volumetto di Marco Donna dedicato all'Italia vista da 007.


































