talpa_0Uno dei capolavori di John Le Carré approda sul grande schermo – a più di trent'anni da una magistrale versione televisiva (1979) con Sir Alec Guinness – nel thriller più elegante della stagione, fatto di sfumature, sguardi, accenni, frammenti di mosaico proposti come flashback, emozioni appena accennate ma potenzialmente esplosive. La dimostrazione che, di quando in quando, anche un remake può essere un'opera d'arte. Sarà che tra i produttori esecutivi figura lo stesso Le Carré, cui è concesso anche un subliminale ma esilarante cameo (non lo avete riconosciuto? Vi do tempo questo articolo per indovinare, poi alla fine ve lo dico io). Sarà che il film non fa concessioni a un pubblico distratto: qui bisogna stare attenti, ricordare quali carte siano state giocate, come in una partita di bridge; intuire quali siano le prossime mosse dell'avversario, come nella partita a scacchi suggerita da Control – capo storico del Secret Intelligence Service – quando ha incollato a ciascuno dei pezzi di una scacchiera la fotografia di uno dei personaggi-chiave del Circus, il quartier generale del servizio segreto britannico.

j-edgar-movie-posterNon dev'essere certo stato facile né per lo sceneggiatore Dustin Lance Black né per il regista Clint Eastwood scegliere che cosa mettere in scena nelle circa due ore e un quarto di durata di J. Edgar, partendo dalla lunga e complessa biografia di una delle figure più controverse della storia americana del Ventesimo secolo, inevitabilmente intrecciata con gli innumerevoli casi di cui si occupò la sua creatura, il Federal Bureau of Investigation. L'argomento potrebbe fornire materiale per centinaia di ore di pellicola. Regista e sceneggiatore scelgono la strada più intimista, orientando il film soprattutto sui rapporti tra John Edgar Hoover (Leonardo DiCaprio) e tre personaggi chiave della sua vita: la madre Anne Marie Scheitlin Hoover (Judy Dench), l'assistente personale Helen Gandy (Naomi Watts) e il braccio destro Clyde Tolson (Armie Hammer), con il quale l'inflessibile e reazionario capo dell'FBI ebbe un'ambigua relazione.

Mission-Impossible-Ghost-Protocol-PosterDa Budapest a Mosca, da Dubai fino a Bombay, la nuova avventura della Impossible Mission Force rinverdisce i fasti di una serie cominciata in televisione quarantacinque anni fa, in quello che mi sembra il film più riuscito dopo il primo episodio cinematografico diretto nel 1996 da Brian DePalma. Alle scene spettacolari e realmente emozionanti si uniscono anche un buon soggetto (per quanto lo spunto narrativo non sia spaventosamente originale), una sceneggiatura con ottime trovate e una bella scelta di interpreti che alla fine rende quasi simpatico persino Tom Cruise. Dietro le quinte la mano del produttore J. J. Abrahams, già co-sceneggiatore e regista del terzo episodio su grande schermo, che apporta il suo musicista di fiducia (l'ottimo Michael Giacchino, che ha vita facile basandosi tanto sullo stile quanto sul celeberrimo tema musicale ideati da Lalo Schifrin negli anni Sessanta) e una breve partecipazione di uno dei divi del suo Lost, Josh Holloway, qui meno biondo e meglio rasato.

the-tudors-season-2-premieremMichael Hirst è un nome che ai più, almeno in Italia, non dice nulla. Nella perfida Albione, invece, evoca una parola magica e rischiosa: Rinascimento, intesa non solo come epoca storica ma come filosofia di vita. Ma andiamo con ordine, perché stiamo parlando di un personaggio veramente particolare, dato che il suo lavoro e la sua immaginazione sta effettuando una vera e propria rivoluzione, associando al suo nome una costante di successo: la Costante Hirst.
Chi è quindi costui? Michael Hirst, un signore inglese dall'aria innocua con capello biondo cenere e occhiale da insegnante di Oxford, è principalmente un produttore esecutivo (quella strana figura che nell'industria dell' intrattenimento gestisce tutti gli aspetti della produzione di un film o di un programma) e uno sceneggiatore.

macheteCome raccontato in un articolo precedente, nel 2010 viene realizzato il primo film nella storia del cinema che sia basato su un trailer fasullo: quello di Machete, inserito da Quentin Tarantino e Robert Rodriguez nel loro progetto Grindhouse.
Tra parentesi, a seguito del mio pezzo sulle origini di Machete, ho ricevuto un messaggio da parte dell’espertissimo Luca Conti, che svelava l’etimologia del termine grindhouse: deriva da bump’n’grind, che definiva i movimenti allusivi nello striptease cui si assisteva in sale ibride fra il teatro di varietà e il cinema di ultima visione.
Ma per tornare a occuparci del film, che ora sta per arrivare  anche in Italia, tre anni dopo il falso trailer Machete viene finalmente realizzato e distribuito... con un vero trailer, che al pari della pellicola riprende alcune scene della precedente versione immaginaria, anche se alcuni degli interpreti e persino la scena dell’attentato (che in origine ricordava forse troppo da vicino quello che portò alla morte di Kennedy a Dallas, Texas, nel 1963) cambiano nella versione definitiva.

machete1Penso che Machete possa essere considerato un caso assolutamente unico nella storia del cinema. Per i fan di Tarantino e Rodriguez la sua genesi è cosa risaputa, ma è possibile che molti altri ignorino come un film che di fatto non esisteva, grazie a un trailer del tutto immaginario, abbia sollevato tanto interesse da fare in modo che alla fine venisse girato sul serio. Per cui mi permetto di fare un breve riassunto delle puntate precedenti.
Quando i registi Quentin Tarantino e Robert Rodriguez misero in atto il progetto Grindhouse, intendevano ricreare un mondo ormai scomparso: quello dei cinema di terza visione degli anni '70, in cui capitava di vedere al prezzo di un biglietto due film diversi e una manciata di trailer; la selezione poteva comprendere horror a basso costo, road movies con rudi motociclisti, spaghetti western, film di kung fu o di samurai, polizieschi di azione, storie di «femmine in gabbia» e in generale film di exploitation, ossia pellicole che sfruttavano con budget limitato un filone di successo al momento).

the_mechanic2Non sono contrario ai remake. E a volte, se non ci si ricorda il film originale o semplicemente non lo si è mai visto, un rifacimento fa anche la sua figura. I migliori, tuttavia, sono forse quelli che si basano su un medesimo soggetto o spunto, ma poi seguono la propria strada, come Senza via di scampo con Kevin Costner rispetto a Il tempo si è fermato con Ray Milland, piuttosto che  Gioco a due con Pierce Brosnan rispetto a Il caso Thomas Crown con Steve McQueen, oppure ancora Brivido caldo rispetto a qualsiasi film tratto da James M. Cain. D'altro canto, come disse Mel Brooks quando girò Essere o non essere, delizioso remake di Vogliamo vivere di Lubitsch, «Non è che non si può più interpretare l'Amleto solo perché l'ha già fatto qualcun altro.» E Shakespeare, detto fra noi, di rifacimenti se ne intendeva parecchio. Non che io voglia paragonare a Shakespeare lo sceneggiatore Lewis John Carlino, autore di soggetto e script del film di Michael Winner del 1972 Professione assassino (The Mechanic) con Charles Bronson, e nuovamente accreditato come autore del soggetto e co-sceneggiatore (insieme a Richard Wenk) del remake The Mechanic del 2011 con Jason Statham, diretto da Simon West.

scansione0001Gli adattamenti per la televisione anni Settanta di supereroi della Marvel (Uomo Ragno, Dr. Strange, Capitan America) erano caratterizzati da budget esigui, effettistica quasi nulla, formato piattamente televisivo, attori semisconosciuti, storie banali, eliminazione pressoché totale dell’elemento fantastico. Ma proprio queste caratteristiche garantirono invece gran successo ad una serie cult durata 5 stagioni (dal 1977 al 1982) per un totale di 80 episodi. Protagonista del format della CBS fu l’Incredibile Hulk, l’erculeo personaggio creato da Stan Lee e Jack Kirby nel 1962 come moderna riproposta del mito del Dottor Jekyll e Mister Hyde e indubbiamente uno degli eroi più emblematici e meglio riusciti della Casa delle Idee. In Italia, come di consueto, il pilota della serie apparve nel 1979 nelle sale cinematografiche con il titolo di L’Incredibile Hulk, diretto da Kenneth Johnson, subito seguito da Il ritorno dell’Incredibile Hulk (episodio doppio del serial), mentre l’altro film TV A Death in the Family e tre episodi televisivi non furono mai doppiati.

Law_parte_2_ridottoSeconda e ultima parte dell’intervista realizzata a Hollywood nel 2007 dallo scrittore americano Raymond Benson all’attore John Phillip Law. Nella sezione precedente abbiamo seguito gli esordi della carriera cinematografica, l’esperienza in teatro e l’amicizia con Jane Fonda che portarono l’attore al suo celebre ruolo dell’angelo Pygar in Barbarella. Ora scopriremo il resto della sua carriera da Diabolik a Cassandra Crossing fino all’ultimo film del 2008. Nell’immagine, J. P. Law – con una cravatta a tema – alla festa per il quarantennale dei fumetti di Diabolik svoltasi a Milano nel 2002 (foto di Art Villone).

Oltre a Barbarella, nel 1968 uscì un’altra pellicola con John Phillip Law: Il sergente, un dramma controverso diretto da John Flynn, con Rod Steiger nel ruolo di un militare gay. Nel film, Law era l’oggetto dei suoi desideri, qualcosa di scandaloso per gli standard di quegli anni. Poco distribuito al di fuori delle città principali degli USA, rimane uno di quei cult-movie introvabili che sono poco più di una curiosità.

Benson__Law_ridotta_1“Non volevo essere un divo”, dice John Phillip Law, immerso in una vasca da bagno per un’intervista di due ore e mezza sui suoi film degli anni ‘60 e ‘70. “Non era nel mio stile insistere per una parte in una grossa produzione hollywoodiana o seguire un percorso alla Warren Beatty. Ho avuto molto più successo in Europa come caratterista, ed è quello che volevo essere. Una volta un produttore mi disse: ‘Nessuno sa chi sei, John. Sei diverso in ogni film che hai fatto.’ E credo che sia vero. Nella mia vita di attore ho vissuto un centinaio di vite diverse. Ho soddisfatto ogni fantasia che un uomo possa avere, nel cinema.” 

<< Inizio < Prec. 1 2 Succ. > Fine >>
Pagina 1 di 2

Questo sito non rappresenta una testata giornalistica con cadenza periodica e non è da considerarsi
un mezzo di informazione o un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001.