jurassic 1Il parco riapre. Un nuovo giocattolo cinematografico - accompagnato da giocattoli veri, in vendita in contemporanea nei negozi - arriva nelle sale a risvegliare il misterioso rapporto che sussiste da decenni tra lo spettatore/bambino e il dinosauro.
È questo probabilmente ciò che induce il marketing della Universal a far uscire un quarto capitolo della saga di Jurassic Park - anche se cambia parzialmente marchio e lascia intendere di essere il principio di un nuovo possibile franchising - al principio dell'estate, con la chiusura delle scuole.
E anche se soprattutto in America il creazionismo ha tentato di negare l'esistenza dei dinosauri in quanto non nominati esplicitamente nella Bibbia, grazie al cielo Steven Spielberg è l'ostinato produttore di un nuovo film, diretto da Colin Tevorrow, che ne afferma la veridicità storica e scientifica. Il risultato: un piacevole spettacolo che riserva ancora qualche sorpresa.

mad-max-poster«È così che il mondo finisce, è così che il mondo finisce. Non con uno scoppio, ma con un gemito.» Con questa suggestiva citazione tratta da I quattro quartetti di T.S. Eliot si apriva uno splendido romanzo dello scrittore Nevil Shute, L’ultima spiaggia, per puro caso riproposto da Urania Mondadori proprio nel momento in cui esce nei cinema Mad Max- Fury Road. E tra breve in questo articolo si parlerà del nuovo film di George Miller, di motori arroventati, corse sfrenate tra implacabili scambi di colpi da un veicolo all’altro, piste infuocate in una terra desolata, inseguimenti forsennati, lamiere contorte ed esplosioni incessanti. Non certo di gemiti, quelli si sentono a malapena. Ma il mondo di Max Rockatansky è già finito da un pezzo. E la frontiera del dopo-Apocalisse passa per l’Australia.

L'avevano promesso – due anni fa, a Cartoomics 2011 – e l'hanno fatto. L'hanno portato a termine. E pure bene. Per cui comincio subito dai complimenti ad Alessia di Giovanni e a Daniele Statella, a tutto il cast e a tutto il personale, che comprende nomi più che illustri. È un'impresa titanica realizzare un film di qualità in modo del tutto indipendente, quindi doppia lode a questa banda di fumettisti-film-maker che si è scatenata con grande inventiva e ironia.
Gli autori amano ricordare che si tratta di una produzione a bassissimo costo, ma in certi momenti i risultati sono tali che lo spettatore si dimentica del budget, merito anche – ma non solo – delle grandi firme che hanno partecipato al progetto, come Sergio Stivaletti per gli effetti speciali e Manuel De Sica per le musiche. In un recente e ben noto programma tv sul cinema si è notata la rapidità con cui alcuni recensori hanno biasimato la recitazione - personalmente ho visto e sentito di peggio in produzioni più blasonate
 - e bollato a priori la qualità del film... e il giudizio di coloro che invece lo hanno visto davvero e ne hanno apprezzato i pregi. Non siamo ancora alla perfezione, ma basterebbe qualche limatura qua e là per arrivarci. E in ogni caso, vale la pena di vederlo.


Un nuovo gioiellino dei produttori di El orfanato (2007) e Los ojos de Julia (2010), che  nell'inverno 2012-13 sono tornati a far accapponare la pelle al pubblico spagnolo con un giallo che rievoca atmosfere alla Boileau e Narcejac, ma anche un po' Gli insospettabili di Manckiewicz. La regia è di Oriol Paulo, già sceneggiatore de Los ojos de Julia. Tra gli interpreti neanche questa volta può mancare la bionda e affascinante Belén Rueda, che sfoggia con noncuranza qualche ruga in più, ma si concede un ruolo più glamour rispetto ai due titoli precedenti nel ruolo di Mayka Villaverde, bella ereditiera di un'importante compagnia farmaceutica.
Mayka è una donna che ama giocare con le vite degli altri e che detesta perdere, specie che ora si rende conto che non è più nel fiore degli anni: l'unica leva che ha sul marito – professore universitario promosso a direttore della compagnia dopo il matrimonio – è il potere che mantiene su di lui.
Mayka è morta da poche ore per un infarto, dopo avere siglato l'ennesimo successo in affari oltreoceano. Ma allora perché il suo cadavere non è più al suo posto nella cella frigorifera dell'obitorio? E che cosa ha spaventato il guardiano notturno della morgue, al punto di farlo scappare a perdifiato e farsi investire da una macchina?

profondo_rosso_1Dicembre 2012: Il Giallo Mondadori pubblica Tutto quel Rosso, seconda attesissima prova di Cristiana Astori come autrice di romanzi lunghi dopo Tutto quel nero. Una trama del tutto originale che innesca il ricordo di Profondo Rosso in maniera sottile e non pedante. Come potrebbe essere altrimenti? Torna Susanna Marino in un intrico d’angoscia e suspense che pulsa di atmosfere da thrilling.
Rivedere il film mi ha suggerito alcuni spunti di riflessione sulla miglior narrativa gialla italiana di oggi, della quale Cristiana è una delle più convincenti interpreti. Il thrilling italiano è, a mio avviso, una delle fonti di maggior ispirazione dei giallisti della mia generazione e delle successive. Forse perché io considero gli anni Settanta anni di formazione; forse perché, allora, di cose interessanti ce ne’erano davvero molte. Quando penso a un giallo italiano, benché non manchino esempi letterari illustri da sempre, vedo come modello il cinema di quelle stagioni.

prometheus_poster_ridley-scott_alien_editedSpazio, ultima frontiera... No, prendiamola più alla lontana: nell'oscuro passato dell'umanità c'è un messaggio lasciato da intelligenze extraterrestri... Ecco, sì. E nel prossimo futuro una spedizione su un lontano pianeta, alla ricerca delle vere origini dell'uomo, sponsorizzata da un sosia di quel signore che clonava dinosauri in Jurassic Park... E infine tracce di una civiltà perduta, che ha evocato forze che non ha saputo controllare. Volendo essere cattivi – ma quantomeno competenti in materia – il soggetto del nuovo film di Ridley Scott, sceneggiato dall'emergente Jon Spaihts e dal veterano di Lost Damon Lindelof, potrebbe essere adatto più a un nuovo arguto team-up Nathan Never-Martin Mystère, dove le citazioni sarebbero appropriate, che al ritorno di un grande regista alla fantascienza. Ma, volendo essere onesti, il cinema americano si è sempre nutrito di se stesso, al solo scopo di produrre intrattenimento. E, quando lo fa bene, anche la scarsa originalità è legittima. Soprattutto se si considera che Prometheus è il prequel di un film storico del genere... o meglio la prima parte di una possibile trilogia di prequel (stando a una voce diffusa dallo stesso Ridley Scott) di cui la seconda sarebbe già in preparazione.

The-dark-knight-rises-Poster-15Il terzo capitolo della nuova saga cinematografica di Batman si pone in diretta concorrenza con The Avengers come miglior film del 2012 basato sui super-fumetti.
Questa però è l'alternativa oscura, anche nel senso di molto meno colorata, lontanissima tanto da altre visioni supereroiche quanto da molte altre versioni cinematografiche del pipistrello di Gotham City. Ma perfettamente coerente con la visione che ne ha dato Christopher Nolan nei due film precedenti di quella che dovrebbe restare una trilogia... sperando che non ceda il passo a un ennesimo (e difficilmente comparabile) reboot fra un paio di anni.
Cominciamo con un breve riassunto della Batman-story: potrebbe sembrare superfluo ma, visto che un giornalista italiano in occasione della strage di Denver – tristemente avvenuta durante una delle prime proiezioni del film negli USA – ha affermato che Batman è un personaggio creato da Neil Gaiman, forse il bigino non è del tutto inutile. 

talpa_0Uno dei capolavori di John Le Carré approda sul grande schermo – a più di trent'anni da una magistrale versione televisiva (1979) con Sir Alec Guinness – nel thriller più elegante della stagione, fatto di sfumature, sguardi, accenni, frammenti di mosaico proposti come flashback, emozioni appena accennate ma potenzialmente esplosive. La dimostrazione che, di quando in quando, anche un remake può essere un'opera d'arte. Sarà che tra i produttori esecutivi figura lo stesso Le Carré, cui è concesso anche un subliminale ma esilarante cameo (non lo avete riconosciuto? Vi do tempo questo articolo per indovinare, poi alla fine ve lo dico io). Sarà che il film non fa concessioni a un pubblico distratto: qui bisogna stare attenti, ricordare quali carte siano state giocate, come in una partita di bridge; intuire quali siano le prossime mosse dell'avversario, come nella partita a scacchi suggerita da Control – capo storico del Secret Intelligence Service – quando ha incollato a ciascuno dei pezzi di una scacchiera la fotografia di uno dei personaggi-chiave del Circus, il quartier generale del servizio segreto britannico.

j-edgar-movie-posterNon dev'essere certo stato facile né per lo sceneggiatore Dustin Lance Black né per il regista Clint Eastwood scegliere che cosa mettere in scena nelle circa due ore e un quarto di durata di J. Edgar, partendo dalla lunga e complessa biografia di una delle figure più controverse della storia americana del Ventesimo secolo, inevitabilmente intrecciata con gli innumerevoli casi di cui si occupò la sua creatura, il Federal Bureau of Investigation. L'argomento potrebbe fornire materiale per centinaia di ore di pellicola. Regista e sceneggiatore scelgono la strada più intimista, orientando il film soprattutto sui rapporti tra John Edgar Hoover (Leonardo DiCaprio) e tre personaggi chiave della sua vita: la madre Anne Marie Scheitlin Hoover (Judy Dench), l'assistente personale Helen Gandy (Naomi Watts) e il braccio destro Clyde Tolson (Armie Hammer), con il quale l'inflessibile e reazionario capo dell'FBI ebbe un'ambigua relazione.

Mission-Impossible-Ghost-Protocol-PosterDa Budapest a Mosca, da Dubai fino a Bombay, la nuova avventura della Impossible Mission Force rinverdisce i fasti di una serie cominciata in televisione quarantacinque anni fa, in quello che mi sembra il film più riuscito dopo il primo episodio cinematografico diretto nel 1996 da Brian DePalma. Alle scene spettacolari e realmente emozionanti si uniscono anche un buon soggetto (per quanto lo spunto narrativo non sia spaventosamente originale), una sceneggiatura con ottime trovate e una bella scelta di interpreti che alla fine rende quasi simpatico persino Tom Cruise. Dietro le quinte la mano del produttore J. J. Abrahams, già co-sceneggiatore e regista del terzo episodio su grande schermo, che apporta il suo musicista di fiducia (l'ottimo Michael Giacchino, che ha vita facile basandosi tanto sullo stile quanto sul celeberrimo tema musicale ideati da Lalo Schifrin negli anni Sessanta) e una breve partecipazione di uno dei divi del suo Lost, Josh Holloway, qui meno biondo e meglio rasato.

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