JOHN PHILLIP LAW, L’UOMO CHE FU DIABOLIK – 1

di  Raymond Benson

Benson__Law_ridotta_1“Non volevo essere un divo”, dice John Phillip Law, immerso in una vasca da bagno per un’intervista di due ore e mezza sui suoi film degli anni ‘60 e ‘70. “Non era nel mio stile insistere per una parte in una grossa produzione hollywoodiana o seguire un percorso alla Warren Beatty. Ho avuto molto più successo in Europa come caratterista, ed è quello che volevo essere. Una volta un produttore mi disse: ‘Nessuno sa chi sei, John. Sei diverso in ogni film che hai fatto.’ E credo che sia vero. Nella mia vita di attore ho vissuto un centinaio di vite diverse. Ho soddisfatto ogni fantasia che un uomo possa avere, nel cinema.” 

L’ironia di queste affermazioni sta nel fatto che Law non voleva nemmeno fare l’attore, caratterista o altro. “Ho studiato ingegneria meccanica perché mi piaceva ‘costruire le cose’ e un test attitudinale fatto al liceo indicava che quella doveva essere la mia carriera.”
Nondimeno Law aveva la stoffa dell’attore: bell’aspetto, una buona base genetica (la madre Phyllis Sallée era un attrice, soprattutto teatrale) e un’infanzia negli studi di Hollywood. 
Nato il 7 settembre 1937 nella città del cinema, Law spiega che in realtà sua madre, fin da piccolo, aveva cresciuto come attore suo fratello Tom. Grazie ai contatti di lei presso gli studi, entrambi i bambini fecero le comparse in numerosi film degli anni ‘40 e ‘50.
“Ho cominciato quando avevo sette anni. Ma il primo film in cui mi si vede in faccia – ma solo se non si battono le lapebre in quell’istante – è The Magnificent Yankee, del 1950.” Tuttavia a quattordici anni, Law rinunciò a far parte di una folla senza nome e si concentrò sugli studi, dedicandosi a impieghi occasionali: per un po’ lavorò a una pompa di benzina sul Sunset Boulevard, facendo il pieno alle star di passaggio. Il fratello Tom Law si cimentò in qualche pellicola, ma alla fine lasciò perdere, per diventare un hippie e un maestro di yoga: in effetti ha qualche scena memorabile in Woodstock (1970) dove fa praticare yoga a una folla di 500.000 persone.
Il più giovane John approda alla University of Hawaii per studiare ingegneria, ma si disillude rapidamente. Diventa un attore per mancanza d’altro. “Il mio primo ruolo capitò per caso. Seguivo un corso di recitazione e qualcuno venne a cercare ‘il ragazzo più alto’ per una sostituzione urgente nell’allestimento universitario di Morte di un commesso viaggiatore. Il più alto ero io ed ebbi la parte.” Law scoprì che recitare gli piaceva. “Era molto emozionante, come le corse di macchine, un’altra mia passione. Trovarmi davanti al pubblico mi procurava una scarica di adrenalina. Da quel momento in poi non riuscii a farne a meno.”
Dopo il college, il suo amico e mentore James Goode (scrittore che per molti anni ha lavorato presso la redazione di Playboy), gli suggerì di andare a New York City per studiare in una delle maggiori scuole di recitazione. Law entrò alla Neighborhood Playhouse, dove lavorò con illustri contemporanei come Keir Dullea e Jessica Walter. “Fu un’esperienza incredibile, davvero una specie di rinascita. Per cominciare, mi aiutò a superare la timidezza. Ho avuto ottimi maestri: la mia insegnante di danza era Martha Graham.”
Trovarsi a New York consentiva a Law di presentarsi alle audizioni in città e nei dintorni. Partecipò a molti spettacoli, come Il lunatico (The Changeling) con Faye Dunaway, anche se la sua unica apparizione a Broadway fu al fianco di Van Johnson e Carroll Baker in Come On Strong, un testo del famoso sceneggiatore Garson Kanin. “Era anche il produttore. Avevo fatto un’audizione e mi avevano detto che non ero adatto al ruolo. Avevo deciso di tornare in California, perciò feci i bagagli e mi misi in macchina per attraversare il paese. Ero a metà strada quando parlai con il mio agente, che disse che Kanin mi voleva subito a New York: alla fine avevo avuto la parte! Cosi feci dietro-front e nel 1962 mi ritrovai a Broadway. Purtroppo fu un fiasco: le repliche durarono solo un mese. Per pura coincidenza, Jane Fonda fece il suo debutto a Broadway la stessa sera e anche il suo spettacolo resse solo un mese!”
Quattro anni a New York furono sufficienti per Law, che a metà del decennio tornò a Hollywood. La sua fortuna cambiò durante una vacanza in Italia, quando andò a trovare un amico che girava i peplum. Era in spiaggia con gli amici vicino a Roma quando lo vide il produttore e regista Franco Rossi, con cui Law aveva lavorato per breve tempo in America. “Disse che mi voleva in una nuova produzione, Alta infedeltà, uno dei film a episodi di moda in quel periodo. E così ebbe inizio la mia carriera nel cinema italiano. Una delle cose buffe che ricordo di Franco era che teneva gli occhi chiusi, poi urlava ‘Azione’ e li riapriva. Appena gridava ‘Stop’, li richiudeva. Per lui era l’equivalente di ciò che vedeva la macchina da presa.”
Law fece la spola tra Hollywood e l’Italia lavorando ad altre produzioni internazionali. Stranamente, rimase fuori dal cinema americano finché non seppe che Norman Jewison stava cercando un giovane attore di bell’aspetto per il ruolo di un marinaio russo nel suo nuovo film.
Law si presentò ai provini preparato: aveva studiato musica e parole di un 33 giri di un coro sovietico per imitare l’accento alla perfezione. “Li ho battuti tutti. Pensavano che venissi davvero dall’Europa dell’Est.”
Il film Arrivano i russi, arrivano i russi fu uno dei successi del 1966 e Law si trovò a lavorare non solo con lo stimato regista Jewison, ma anche con stelle di prima grandezza come Alan Arkin (al suo primo ruolo cinematografico), Carl Reiner, Eva Marie-Saint, Jonathan Winters e Theodore Bikel.
“Fu un piacere girare quel film. Le riprese furono interamente in esterni a Mendocino e Fort Bragg, e l’atmosfera era divertente e rilassata. Reiner era favoloso: mi prese da parte e mi consigliò di mettere sempre da parte una porzione del mio salario per usarla come ‘denaro-vaffanculo’, vale a dire i soldi per mantenermi se avessi dovuto mandare a fare in culo un produttore o uno studio. Anche Arkin era uno spasso; mi ricordava gli attori di New York che conoscevo. All’epoca era in analisi – come tutti gli attori di New York – e mi diceva tutti i giorni che stava per fare ‘un grande passo avanti’.”
Law riuscì persino a far entrare nel film il suo cane Gustav, guadagnando 15 dollari extra ogni giorno. “Era un film eccellente e credo che regga ancora oggi.”
Arrivano i russi ebbe una nomination all’Oscar come miglior pellicola dell’anno.
Essere nel cast di un successo fa meraviglie per la carriera di un attore. D’un tratto Law era molto richiesto, tuttavia si tenne alla larga da produzioni apertamente commerciali che avrebbero potuto lanciarlo ma potevano anche risultare rischiose. Il suo film successivo fu E venne la notte (1967) del famigerato regista Otto Preminger.
“Era davvero l’enfant terrible che dicevano. Fuori dal set era una persona squisita e di ottima compagnia, ma in scena era un mostro! Dopo Il cardinale Tom Tryon finì in una clinica psichiatrica. In E venne la notte c’era una scena in cui Faye Dunaway e io ci dovevamo baciare. A Otto non piaceva ciò che vedeva e ci sbatté le teste uno contro l’altra, facendo piuttosto male a Faye!”
Law fece amicizia anche con un’altra stella del film, Jane Fonda, che aveva già incontrato tramite conoscenze comuni: “Una persona serissima, molto coscienziosa. Lavorava più duro di chiunque altro.”
Jane Fonda fu strumentale nell’assegnazione a Law di un ruolo in uno dei suoi film più conosciuti e popolari, il fanta-erotico Barbarella (1968). “Jane a quel tempo era sposata con Roger Vadim, che le fece girare la pellicola in Italia. Lei mi raccomandò per la parte dell’angelo cieco, personggio che ho adorato. Fare quel film è stato fantastico e mi aprì molte porte. Il mio amico Jim Goode mi fece invitare alla Playboy Mansion di Chicago poco dopo l’uscita del film; per pura coincidenza Hugh Hefner, il fondatore di Playboy, l’aveva visto la settimana prima e diventammo amici. Da allora ho il privilegio di essere stato spesso ospite di Hef, tanto a Chicago quanto a L.A.” Playboy pubblicò anche un servizio fotografico sul film e nominò Law una delle nuove “sex star del cinema”. Purtroppo c’era un prezzo da pagare: “Per poter fare Barbarella dovetti passare metà del guadagno alla United Artists, con cui all’epoca di E venne la notte avevo firmato un contratto per tre film. Volevamo farmene girare un altro, ma io dissi: ‘No, voglio fare Barbarella.’ Mi lasciarono libero, ma mi costrinsero a pagare la penale di tasca mia. Non mi importava. L’esperienza valeva la pena.”


Fine prima parte

©Raymond Benson

Traduzione di Andrea Carlo Cappi

Nel 2007, per la rivista Cinema Rétro, lo scrittore americano Raymond Benson incontrò a Hollywood l’attore John Phillip Law, noto al pubblico di tutto il mondo per la sua partecipazione a due cult-movie europei, entrambi legati al mondo dei fumetti e prodotti da Dino de Laurentiis: Barbarella e Diabolik. Questa intervista, inedita in Italia e rilasciata dall’attore un anno prima della sua scomparsa, è l’excursus più completo sulla sua insolita carriera. Nella foto, John Phillip Law e Raymond Benson, fotografati al termine dell’intervista. [NdT]

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