IL RITORNO DEL MECCANICO

di  Andrea Carlo Cappi

the_mechanic2Non sono contrario ai remake. E a volte, se non ci si ricorda il film originale o semplicemente non lo si è mai visto, un rifacimento fa anche la sua figura. I migliori, tuttavia, sono forse quelli che si basano su un medesimo soggetto o spunto, ma poi seguono la propria strada, come Senza via di scampo con Kevin Costner rispetto a Il tempo si è fermato con Ray Milland, piuttosto che  Gioco a due con Pierce Brosnan rispetto a Il caso Thomas Crown con Steve McQueen, oppure ancora Brivido caldo rispetto a qualsiasi film tratto da James M. Cain. D'altro canto, come disse Mel Brooks quando girò Essere o non essere, delizioso remake di Vogliamo vivere di Lubitsch, «Non è che non si può più interpretare l'Amleto solo perché l'ha già fatto qualcun altro.» E Shakespeare, detto fra noi, di rifacimenti se ne intendeva parecchio. Non che io voglia paragonare a Shakespeare lo sceneggiatore Lewis John Carlino, autore di soggetto e script del film di Michael Winner del 1972 Professione assassino (The Mechanic) con Charles Bronson, e nuovamente accreditato come autore del soggetto e co-sceneggiatore (insieme a Richard Wenk) del remake The Mechanic del 2011 con Jason Statham, diretto da Simon West.

In effetti, la trama della versione 1972 era un po' più sofisticata e raffinata dal punto di vista psicologico, potremmo dire di gusto più europeo, avvicinando la pellicola ai due ottimi film girati in Francia da Charles Bronson in quel periodo: L'uomo venuto dalla pioggia di René Clement (scritto da Sebastien Japrisot) e L'uomo dalle due ombre di Terence Young (basato invece su una storia di Richard Matheson). Ma di lì a poco il successo de Il giustiziere della notte, sempre di Michael Winner, avrebbe incastrato Bronson nel ruolo del vigilante Paul Kersey in ben quattro sequel sempre più imbarazzanti, senza contare il deludente Professione giustiziere di J. Lee Thompson, in cui l'attore tornava nei panni di un killer professionista in un'approssimativa trama di spionaggio. Una serie nera da cui Bronson sarebbe uscito solo con il divertente La legge di Murphy di J. Lee Thompson, di cui temo nessun critico abbia mai colto l'ironia del titolo, dato che la sceneggiatura applicava alla lettera il concetto della legge di Murphy: se qualcosa può andare storto, andrà storto.
Tornando a The Mechanic, il rifacimento di quasi quarant'anni dopo è decisamente più americano e calca nettamente sull'azione. Ma i due personaggi principali funzionano piuttosto bene anche nella nuova lettura. Ed entrambi i film sono piuttosto violenti, ognuno in relazione alla propria epoca. Per quanto io sia legato per motivi anagrafici e... di formazione al film del '72, l'unico vero difetto che riesco a trovare nel remake è qualche omissione di dettagli, cui spero che si rimedi nell'edizione in dvd: noto che ultimamente, nei film classificati come di azione, la versione per le sale subisce a volte alcuni tagli piccoli ma significativi che ne danneggiano la coerenza interna, probabilmente in base alla perversa teoria secondo cui al pubblico non importa nulla della trama. O non è in grado di capirla.
Dimentichiamo allora per un attimo l'originale con Bronson e parliamo del film di oggi con Jason Statham, Ben Foster e Donald Sutherland. Intanto, a dispetto della sua apparente graniticità, Statham riesce a essere molto espressivo, considerando che è un attore ormai typecasted per soli ruoli di azione; del resto anche nel recente The Expendables di Stallone le scene migliori erano quelle con Statham. È dunque perfetto per interpretare il killer Arthur Bishop, ovvero il "meccanico",  termine che indica un assassino su commissione (o, in altri contesti, un criminale di mestiere: si vedano i romanzi di Richard Stark). Personaggio serio nel suo letale professionismo, di gusti raffinati (nel tempo libero ascolta Schubert e si dedica al restauro di una splendida Jaguar E-Type rossa), Bishop vive solitario nella sua casa tra le paludi della Louisiana e ha come unici rapporti umani l'amicizia con il suo mentore Harry McKenna (Donald Sutherland) e il sesso – unito a una ben nascosta dose di sentimenti – con la graziosa prostituta Sarah (Mini Anden). È un killer di rara efficienza, specializzato in morti apparentemente accidentali («Il lavoro migliore è quello in cui non si capisce nemmeno che sei stato lì.») ma anche in esecuzioni più plateali «quando occorre mandare un messaggio.»
La sua dote principale però è quella di saper risolvere eventuali complicazioni, nel caso il piano non funzioni come previsto. Lavora per un'organizzazione internazionale che probabilmente opera anche come contractor per conto del governo USA e il teaser (ovvero la sequenza iniziale il cui obiettivo è presentare al pubblico il personaggio) ce lo mostra mentre rimuove un boss del narcotraffico colombiano. Ma non tutti gli incarichi sono così impersonali e, a seguito di un'operazione in cui cinque suoi colleghi sono finiti male in Sudafrica, Arthur deve fare i conti con i pochi sentimenti che gli rimangono. E, poiché in un certo senso sa di avere occupato un posto che spettava al figlio del suo amico Harry, ora defunto, Steve, si sente in dovere di accogliere le richieste del giovane di diventare suo allievo.
Così il professionista dell'omicidio cerca di insegnare il mestiere al nuovo arrivato. I loro stili sono completamente diversi: Bishop ama i lavori puliti, mentre Steve – pur naturalmente dotato – si lascia trasportare dalla rabbia e dalla frustrazione, risolvendo tutto con la brutalità e commettendo errori a volte quasi fatali. Nondimeno, nessuno riesce a fermarli se lavorano in coppia. E quando emergono alcuni retroscena inaspettati e i due capiscono di essere stati usati come pedine da sacrificare, chi ha fatto il doppio gioco dovrà vedersela con due inarrestabili forze della natura.
Come al solito evito di bruciare sorprese, ma posso anticipare a chi ricorda il film del 1972 che oltre alle varianti nelle sottotrame che punteggiano la vicenda, c'è un piccolo e interessante ritocco sul finale. Nella parte dell'allievo, Ben Foster riesce a essere inizialmente sgradevole e a tratti paurosamente umano, come richiede il personaggio, lasciando allo spettatore – insieme alle interpretazioni di Statham e Sutherland – la piacevole impressione che un action movie non debba essere fatto solo di sparatorie, esplosioni e scene spettacolari, ma anche di una trama e della capacità degli attori di dare corpo e anima – ancorché nera – ai personaggi. Il risultato è un film meno innovativo del suo predecessore, ma un prodotto di intrattenimento di qualità superiore alla media.

THE MECHANIC (2011) di Simon West

1 Commento

  • Link per il commeno Riccarda Giovedì 17 Novembre 2011 15:34 lasciato da Riccarda

    A me non e' dispiaciuto questo film .... certo sono legata affettivamente all'originale con Charles Bronson, ma Statham non poi tanto male. Anche se l'80% dei suoi ruoli sono in film d'azione, riesce ad essere gradevole anche in quel 20% di "Lock and Stock and Two Smoking Barrels" e "Hitcher"

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