MACHETE: LE ORIGINI

di  Andrea Carlo Cappi

machete1Penso che Machete possa essere considerato un caso assolutamente unico nella storia del cinema. Per i fan di Tarantino e Rodriguez la sua genesi è cosa risaputa, ma è possibile che molti altri ignorino come un film che di fatto non esisteva, grazie a un trailer del tutto immaginario, abbia sollevato tanto interesse da fare in modo che alla fine venisse girato sul serio. Per cui mi permetto di fare un breve riassunto delle puntate precedenti.
Quando i registi Quentin Tarantino e Robert Rodriguez misero in atto il progetto Grindhouse, intendevano ricreare un mondo ormai scomparso: quello dei cinema di terza visione degli anni '70, in cui capitava di vedere al prezzo di un biglietto due film diversi e una manciata di trailer; la selezione poteva comprendere horror a basso costo, road movies con rudi motociclisti, spaghetti western, film di kung fu o di samurai, polizieschi di azione, storie di «femmine in gabbia» e in generale film di exploitation, ossia pellicole che sfruttavano con budget limitato un filone di successo al momento).

Spesso tali film erano caratterizzati da un alto tasso di violenza e un po' di sesso, con un quantum di nudità femminile, compensato dal fatto che di solito le eroine di questi film erano tipe toste che – bianche, nere o asiatiche che fossero – le suonavano ai loro persecutori. Va anche considerato che, in quegli anni, l'esibizione del corpo femminile era anche vissuta come una forma di liberazione dai vincoli di un puritanesimo soffocante. L'erotismo e la violenza espliciti nel cinema popolare degli anni '70 erano il calcio definitivo al Codice Hays - che a lungo negli Stati Uniti aveva condizionato ciò che poteva essere rappresentato sullo schermo - in un'ondata di ribellione che avrebbe avuto un ulteriore sussulto nel decennio degli anni '80, con la nascita dello splatter.
Come sempre capita nel mondo dei film «dalla B alla Z» (per citare gli amici di Bloodbuster.com che di quel tipo di cinema sono tra i principali studiosi e cultori in Italia), a dispetto delle intenzioni commerciali e deille pellicole girate al risparmio, poteva persino uscirne qualcosa di buono, tanto che molte produzioni di questo stampo sono passate alla storia del cinema. L'epiteto grindhouse attribuito alle sale cinematografiche specializzate, letteralmente «casa della macina», si riferiva forse al rumore dei vecchi proiettori o allo stato di conservazione delle pellicole che, a forza di girare, erano piene di tagli e cuciture... Un'esperienza nota anche al pubblico italiano squattrinato di quegli anni: la prima visione era un lusso e i film si vedevano dopo parecchie settimane e al massimo in «proseguimento prime» se non nei vecchi cinema di quartiere, di seconda e terza visione, dove arrivavano dopo un po'. Ma suppongo che quelle proiezioni avventurose di pellicole ormai macinate dall'uso siano ignote a chi è cresciuto nell'era del vhs o del dvd.
Così Tarantino e Rodriguez – dopo che il primo aveva già giocato con il «grindhouse effect» all'inizio di Kill Bill, in cui appare la scritta our feature presentation con la grafica di quell'epoca – concepiscono uno spettacolo costituito da un film ciascuno (rispettivamente Death Proof e Planet Terror), intervallati da falsi trailer di film inesistenti, realizzati da loro stessi o dai loro amici registi. Il risultato complessivo è uno spettacolo-collage di circa tre ore e mezzo che, essendo meno di richiamo rispetto per esempio a Kill Bill, permetteva almeno negli USA una proiezione ininterrotta, senza la divisione in «due volumi» che era stata imposta al quarto film di Quentin Tarantino. Come è noto, il marketing ritiene che sia molto meglio distribuire un film breve piuttosto che uno  lungo, in modo da avere più proiezioni nella stessa sala. E, nel caso di un film molto lungo, dividerlo in due permette di far pagare il doppio in termini di biglietto e in acquisto del dvd.
Al momento della distribuzione in Europa, tuttavia, il marketing ha la meglio e Grindhouse viene scisso nei due film di ogni singolo regista. E tanti saluti ai fake trailers e al significato generale dell'operazione. Rischia di perdersi anche il senso di un'importante scelta stilistica: le pellicole artificialmente rovinate, come se si vedessero, appunto, dopo centinaia di proiezioni: un trucco che in Planet Terror consente a Rodriguez un divertente gioco narrativo, omettendo la rivelazione sulla vera identità del protagonista con un taglio ad hoc.
Dal punto di vista dei critici italiani, la suddivisione in due film rappresenta un grande vantaggio: meno tempo da perdere per stroncare quello di Tarantino (nulla piace di più ai critici che affossare un regista che loro stessi hanno lodato oltremisura qualche anno prima). Su Rodriguez, con il suo brillante film di zombie che preso a sé è oggettivamente più divertente di quello di Tarantino, i critici hanno già stesso una pietra tombale quando uscì Desperado con Banderas, liquidato come un mediocre remake statunitense di El Mariachi. Peccato che Desperado fosse il sequel di El Mariachi e uno sviluppo del linguaggio del regista, ma per sapere questo bisognava vedere il film... e non si può pretendere che un critico abbia tempo da perdere per vedere ogni cosa che esce al cinema, vero?
Però in tutto questo filtra uno dei trailer fasulli, diretto dallo stesso Robert Rodriguez (che potete vedere qui sotto), in cui compaiono alcuni degli attori di fiducia del regista tex-mex: Danny Trejo (apparso in due film della trilogia di El Mariachi, in Dal tramonto all'alba e nella serie Spy Kids), Cheech Marin (con ben tre ruoli – guardia di confine, cantore della passera e trafficante di uomini – in Dal tramonto all'alba), Jeff Fahey (che appariva anche in Planet Terror) e il cantante Tito Larriva (Desperado e Dal tramonto all'alba). La storia abbozzata nel trailer di Machete promette troppo bene per restare confinata in un falso «provino», come si chiamavano i trailer egli anni '70... Ma di quello che accade dopo parliamo prossimamente.

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