In attesa di dedicare più spazio alla storia della Mission: Impossible classica, un breve riassunto della serie: nel 1966, sull'onda della Bondmania, arriva sugli schermi statunitensi un nuovo telefilm che sfrutta il filone della spy-story tecnologica. Fin dal principio, tuttavia, la serie creata da Bruce Geller si differenzia tanto dall'impostazione su un agente segreto playboy supercool, mutuata da 007 e cara a molti autori di Segretissimo dell'epoca, quanto dalle rielaborazioni surreali o psichedeliche delle serie tv britanniche di quell'epoca quali Agente speciale o Il prigioniero. Il concetto sembra piuttosto quello di portare sullo schermo certe tecniche di inganno, infiltrazione e depistaggio realmente in uso presso la CIA, mescolandole con situazioni di straniamento che sembrano ispirate da Roald Dahl e Philip K. Dick (il quale non a caso scrive il soggetto di un episodio che credo non sia mai stato realizzato) e con trame che forse devono qualcosa alle storie nere di Richard Stark.
In sostanza, nella maggior parte dei casi gli agenti della Impossible Mission Force, sezione supersegreta dei servizi segreti USA, per sventare complotti o scoprire preziose informazioni, devono confondere le idee ai loro avversari – prendendo il posto di personaggi chiave tra le file del nemico grazie all'ausilio di maschere che ne riproducono i volti, proprio come quelle dei fumetti di Diabolik – facendo tuttavia fronte agli imprevisti che si manifestano anche nei piani più perfetti. Il tutto in una chiave leggermente manicheista, inevitabile negli anni della Guerra Fredda, secondo cui le spie americane agiscono sempre a fin di bene. Al pubblico diviene ben presto familiare l'appuntamento settimanale con il messaggio destinato al caposquadra che apre ogni episodio, con le istruzioni per la missione «se decide di accettarla» e il reiterato monito che, in caso di cattura, il Segretario (di un Dipartimento non meglio precisato) negherà ogni responsabilità.
La serie cinematografica ha inizio con Brian DePalma trent'anni dopo i primi episodi e dopo qualche anno di assenza dagli schermi televisivi, con Jon Voight che assume il ruolo di Jim Phelps (il caposqudra interpretato da Peter Graves a partire dalla seconda stagione del 1967 e fino al 1990) e passa in un certo senso le consegne al più giovane agente Ethan Hunt (Tom Cruise). Nei film, che pure hanno a disposizione il doppio del tempo rispetto agli episodi tv, le trame sono meno complesse – forse perché dagli anni Sessanta il QI degli spettatori è diminuito? – e vengono privilegiate l'azione e la spettacolarità. Oltretutto nel secondo episodio, diretto da John Woo con grande senso estetico su una sceneggiatura esile, uno degli scarni spunti di trama rasenta il plagio di uno dei romanzi di 007 scritti da Raymond Benson, Obiettivo Decada (The Facts of Death). Nel terzo lungometraggio Abrahams cerca di recuperare almeno in parte lo spirito dei telefilm, riporta in scena uno degli interpreti dell'episodio 1996, Luther Stickell (Ving Rhames) e ci fa conoscere la donna della vita di Ethan Hunt, Julia (Michelle Monaghan). Entrambi i personaggi appaiono brevemente nel nuovo film.
E veniamo finalmente a questo quarto episodio, Protocollo Fantasma. Dopo un incipit a Budapest (in realtà girato a Praga, già teatro delle prime scene del film del 1996) troviamo Ethan Hunt detenuto in un carcere di Mosca: più avanti sapremo come ci è finito e che cosa ne sia stato di Julia. Una squadra dell'IMF reduce da Budapest e composta dal tecnico Benji Dunn (Simon Pegg), promosso sul campo dal film precedente, e dall'avvenente oltre che abilissima Jane Carter (Paula Patton, nella foto più in alto a destra) procede all'esfiltrazione di Hunt dalla prigione. Non per motivi umanitari, bensì perché è l'uomo più adatto a una nuova impellente missione. Un fisico svedese che teorizza l'utilità di una «fine del mondo controllata» sta infatti gettando le basi per scatenare la Terza guerra mondiale. La sua prima mossa è compiere un attentato al Cremlino proprio mentre la squadra IMF di Hunt sta tentando di scoprirne l'identità. Risultato: il Ministero degli Interni di Mosca si convince che l'attentato è opera di agenti americani (be', tutto quello che succede a Mosca in questi giorni è colpa di agenti americani, nevvero?) e l'incidente costringe il presidente USA ad attuare un famigerato Protocollo Fantasma, ovvero a rinnegare l'operato dell'IMF. Sicché Hunt, la Carter e Dunn, insieme a un analista di nome Brandt (Jeremy Brenner) che rivela maggiori risorse del previsto, si trovano a operare soli e senza supporto per sventare i piani del cattivo ed evitare un'escalation nucleare.
Unico indizio: è essenziale per i cospiratori appropriarsi dei codici di lancio dei missili russi, caduti nelle mani di una graziosa ma letale killer di nome Sabine Moreau (Léa Seydoux, nella foto qui sopra a sinistra) che si appresta a rivenderli in cambio di una partita di diamanti a Dubai... naturalmente nel palazzo più alto del mondo, il che darà modo all'agente Hunt di esibirsi nelle sue abituali (ma qui particolarmente agghiaccianti) acrobazie ad alta quota. Una serie di imprevisti impedisce tuttavia una felice conclusione del piano e l'ultima partita si gioca in India, con uno showdown in un parcheggio hi-tech che ricorda vagamente la sequenza della fabbrica di automobili in Minority Report.
Per questa volta niente fine del mondo... per un pelo, e gli eroi escono pressoché indenni da situazioni in cui qualsiasi persona normale si sarebbe fracassata fino all'ultimo metacarpo. C'è persino il tempo per una frecciatina a George Bush Jr. quando l'agente Hunt esclama prima del dovuto «Missione compiuta!»
Insomma, un bello spettacolo che non delude i cultori della spy-story e riesce a coinvolgere lo spettatore, facendolo simpatizzare con i personaggi. Grazie soprattutto a Simon Pegg (nella foto qui accanto), viene dosata con misura sapiente un'opportuna ironia che stempera la scarsa plausibilità delle situazioni. D'altra parte non sono il realismo o «il messaggio» quello che si cerca in questo genere di film. E, per citare il personaggio di Anthony Hopkins nel secondo lungometraggio della serie, «Questa è Missione: impossibile... non Missione: difficile.»
PS: prima del film si è visto anche il trailer del secondo episodio di GI Joe in uscita negli USA la prossima estate, che promette duelli a colpi di katana in cordata su pareti scoscese e un cameo di Bruce Willis, mentre la Casa Bianca – come sottinteso al termine della puntata precedente – è caduta in mano al nemico; uno spettacolo che si annuncia ancora più impossibile. Chi al cinema non sa divertirsi è avvisato.
MISSION: IMPOSSIBLE - PROTOCOLLO FANTASMA Featured
di Andrea Carlo Cappi
Da Budapest a Mosca, da Dubai fino a Bombay, la nuova avventura della Impossible Mission Force rinverdisce i fasti di una serie cominciata in televisione quarantacinque anni fa, in quello che mi sembra il film più riuscito dopo il primo episodio cinematografico diretto nel 1996 da Brian DePalma. Alle scene spettacolari e realmente emozionanti si uniscono anche un buon soggetto (per quanto lo spunto narrativo non sia spaventosamente originale), una sceneggiatura con ottime trovate e una bella scelta di interpreti che alla fine rende quasi simpatico persino Tom Cruise. Dietro le quinte la mano del produttore J. J. Abrahams, già co-sceneggiatore e regista del terzo episodio su grande schermo, che apporta il suo musicista di fiducia (l'ottimo Michael Giacchino, che ha vita facile basandosi tanto sullo stile quanto sul celeberrimo tema musicale ideati da Lalo Schifrin negli anni Sessanta) e una breve partecipazione di uno dei divi del suo Lost, Josh Holloway, qui meno biondo e meglio rasato.






























