La decisione di evitare le situazioni più marcatamente poliziesche e di azione può sembrare curiosa, se si pensa a Clint Eastwood come interprete e poi regista – anche di se stesso – del cinema western e nero metropolitano, ma non se si considera buona parte della sua produzione dietro la macchina da presa degli ultimi quindici anni. Del resto l'obiettivo del film è indagare sulla personalità del protagonista, smantellando l'alone epico che questi ha saputo fabbricare intorno a se stesso in decenni di attività. Non va dimenticato che a generazioni di americani – e al pubblico di tutto il mondo – J. Edgar Hoover si è sempre presentato come l'inflessibile nemico del crimine organizzato e delle spie straniere, il simbolo di un'America passata dalla giustizia approssimativa e locale degli sceriffi del West ai metodi di un'investigazione moderna e, soprattutto, coordinata a livello nazionale. Una leggenda con un fondo di verità creata grazie anche a un attento uso dei media da parte del direttore del Bureau: stampa, radio, fumetti, cinema, biografie autorizzate e infine anche televisione.
Così, fra tutti i casi affrontati dall'FBI di Hoover, in questo film ne viene seguito con attenzione solo uno, forse il più eclatante: il rapimento di Baby Lindbergh, che segna anche l'ingresso del metodo scientifico nelle indagini del Bureau, un marchio di fabbrica che ancora oggi ne contraddistingue l'immagine. Chiunque abbia familiarità con l'attuale produzione di thriller americani avrà visto citare più volte il database di impronte digitali del Federal Bureau, programma varato proprio da Hoover agli inizi della sua carriera. Uno dei meriti oggettivi che la sceneggiatura gli riconosce, senza però rinunciare a demolire il mito.
Risalta la figura dominante della madre, che oltre a inculcare nel giovane J. Edgar il disprezzo per neri e omosessuali determina probabili incertezze nel comportamento con l'altro sesso (il che non impedisce a Hoover di avere una relazione con l'attrice Dorothy Lamour). Così come spicca la figura fedele e sempre presente di Clyde Tolson, l'unico dei due che venga presentato come apertamente gay, vissuto sempre all'ombra dell'amico in una relazione che, nella fase finale del film, vede i due come un'anziana e quasi tenera coppia dopo le nozze d'oro.
La sceneggiatura è persino clemente, rispetto a certe biografie: l'unico episodio di cross-dressing nel film avviene quando J. Edgar indossa i vestiti della madre dopo la morte di lei, mentre nel mondo reale alcuni testimoni affermano di averlo visto varie volte vestito da donna e impegnato in orge omosessuali. Una situazione paradossale per il granitico difensore dei valori più conservatori della società americana, strenuo cacciatore di sovversivi veri o presunti, pronto a ricattare chiunque minacciando di metterne in piazza avventure omosessuali o extraconiugali, scoperte attraverso sorveglianze e intercettazioni abusive. Non vengono risparmiate le pennellate sul suo carattere dispotico e capriccioso, come il licenziamento di agenti di cui gli è sgradito l'aspetto o, peggio ancora, perché con i loro successi rischiano di mettere in ombra la sua fama: l'esempio più clamoroso è quello dell'allontanamento dell'agente Melvin Purvis, responsabile dell'uccisione del rapinatore John Dillinger (la storia che abbiamo visto raccontare da Michael Mann in Nemico pubblico nel 2009).
Se da una parte nella pellicola sono evidenti le ossessioni e i metodi illeciti impiegati da Hoover nelle sue battaglie, dall'altra non trovano spazio dettagli imbarazzanti come i suoi errori di valutazione sia nella lotta al crimine organizzato – di cui per lungo tempo fu colpevolmente ignorata l'esistenza – sia nel controspionaggio durante e dopo la guerra. È l'unica pecca del film, se proprio vogliamo trovarne una, ma appunto perché si tratta di un lungometraggio e non di una serie televisiva di dodici stagioni.
J. Edgar si muove alternativamente su due piani narrativi: uno segue l'ultimo decennio della gestione dell'FBI da parte di Hoover (dal 1962 al 1972), durante i quali lo vediamo impegnato a screditare il leader nero e premio Nobel per la pace Martin Luther King, e a mettere in imbarazzo i fratelli Kennedy (John, il presidente, e Robert, ministro della Giustizia ovvero «procuratore generale», tecnicamente il diretto superiore del direttore dell'FBI); l'altro segue i flashback evocati dalla dettatura di una sua autobiografia, che coprono il periodo dal 1919 alla seconda metà degli anni Trenta. In sostanza, l'inizio e la fine della carriera di Hoover. Notevole il lavoro dei truccatori, che permettono a DiCaprio, alla Watts e a Hammer di interpretare i loro personaggi in scene situate cronologicamente a distanza di quaranta o cinquant'anni l'una dall'altra: solo Hammer, nel ruolo di Tolson, in alcune inquadrature risulta invecchiato un po' troppo artificialmente, mentre Di Caprio riesce invece a trasformarsi in un credibilissimo sosia del vero Hoover.
E in effetti uno degli aspetti più inquietanti di questa vicenda, visualizzato nel film dal ripetersi della scena in cui un Hoover sempre più anziano attende di essere ricevuto dal presidente di turno, è che mentre si susseguono gli uomini alla Casa Bianca, lui rimane imperterrito nel suo ufficio. In un paese in cui il presidente rimane in carica per quattro anni, rinnovabili per una sola volta, Hoover è a capo del Bureau of Investigation dal 1924 al 1935, quando questo viene riformato con l'aggiunta dell'aggettivo Federal, per poi restare al suo posto dal 1935 fino alla morte nel 1972, dopo che Lyndon B. Johnson lo ha nominato direttore a vita, caso unico nelle istituzioni americane. Questo grazie al suo formidabile archivio di dossier confidenziali – puntualmente distrutti dalla segretaria Helen Gandy alla morte del suo capo – che permettono a Hoover di tenere in pugno le persone che contano a Washington.
Un film soprattutto di recitazione, dunque, da cui emerge un DiCaprio impegnato a ritrarre con maestria un personaggio difficile, spiacevole, convinto che la giustizia vada perseguita con ogni mezzo... soprattutto quelli che lo mantengono al potere, ma al tempo stesso umano: la scelta di un attore che vuole essere ricordato come un grande interprete e non semplicemente come un divo per le ragazzine. Di sicuro si tratta di un film che rischia di essere poco accessibile a chi, tanto negli Stati Uniti quanto altrove, non abbia familiarità con la storia del Ventesimo secolo, ma proprio per questo istruttivo e meritevole.
J. EDGAR
di Andrea Carlo Cappi
Non dev'essere certo stato facile né per lo sceneggiatore Dustin Lance Black né per il regista Clint Eastwood scegliere che cosa mettere in scena nelle circa due ore e un quarto di durata di J. Edgar, partendo dalla lunga e complessa biografia di una delle figure più controverse della storia americana del Ventesimo secolo, inevitabilmente intrecciata con gli innumerevoli casi di cui si occupò la sua creatura, il Federal Bureau of Investigation. L'argomento potrebbe fornire materiale per centinaia di ore di pellicola. Regista e sceneggiatore scelgono la strada più intimista, orientando il film soprattutto sui rapporti tra John Edgar Hoover (Leonardo DiCaprio) e tre personaggi chiave della sua vita: la madre Anne Marie Scheitlin Hoover (Judy Dench), l'assistente personale Helen Gandy (Naomi Watts) e il braccio destro Clyde Tolson (Armie Hammer), con il quale l'inflessibile e reazionario capo dell'FBI ebbe un'ambigua relazione.
































