1973: Control (John Hurt, icona del cinema britannico) ha un incarico delicato da affidare a un uomo di fiducia: andare a Budapest per sovrintendere alla defezione di un colonnello ungherese in grado di svelare l'identità di una talpa dei sovietici annidata ai vertici del SIS e manovrata direttamente dal misterioso e inafferrabile Karla, la mente del KGB. A ognuno dei sospetti Control attribuisce un nome in codice, ripreso da una filastrocca usata dai bambini per la conta: Tinker, Tailor, Soldier, Sailor, Rich Man, Poor Man, Beggar Man, Thief. Per la missione sceglie Jim Prideaux (Mark Strong, nella foto accanto; uno degli attori lanciati dal serial Our Friends in the North), ignaro del fatto che lo sta mandando in una trappola. Il fiasco di Budapest costerà la poltrona a Control, ma anche al suo uomo di fiducia, George Smiley (un notevole Gary Oldman, che attendiamo di rivedere prossimamente nel ruolo assai più semplice di capo della polizia di Gotham City). E il SIS passa nelle mani dell'ambizioso Percy Alleline (Toby Jones), che si è fatto strada grazie a un doppiogiochista russo che gli passa informazioni provenienti direttamente dal Cremlino nell'operazione chiamata in codice «Strega».
Un anno dopo: Control è spirato con i suoi segreti dopo avere fumato l'ennesima sigaretta (quante volte sarà morto di cancro sullo schermo il povero John Hurt? Per fortuna non è un film americano e gli altri personaggi possono continuare a fumare in pace per il resto del film). Smiley cerca di adeguarsi alla sua vita da pensionato, nonostante sia stato abbandonato dalla più giovane e assai infedele moglie Ann. D'un tratto scatta un allarme: dopo una missione disastrosa a Istanbul, rientra clandestinamente a Londra Ricky Tarr (Tom Hardy, uno degli interpreti di Inception), «cacciatore di teste» sospettato di tradimento, che sostiene di avere la certezza di una talpa nel Circus. Rivelazione o disinformazione? Per scoprirlo, viene richiamato in servizio Smiley, coadiuvato da Peter Guillam (Benedict Cumberbatch, lo Sherlock televisivo; nella foto qui sopra) e da un funzionario della Special Branch in pensione.
Ma chi è la talpa? L'infido Alleline? Toby Esterhase (l'attore danese David Denick), che ha oscuri legami con l'est europeo? L'elegante Bill Haydon (Colin Firth - nella foto accanto - anche qui interessato alla Bridget Jones di turno)? Oppure Roy Bland (l'irlandese Ciaran Hinds, visto anche in Munich), uno dei maggiori sostenitori dell'Operazione Strega? Oppure ancora lo stesso Smiley, che Control non aveva escluso dal novero dei sospetti? Oppure la talpa non esiste ed è tutta una sofisticata manovra dei russi per compromettere il doppiogiochista che sta fornendo prezioso materiale riservato non solo al SIS, ma attraverso questo ora anche alla CIA?
Un film di rara intelligenza, totalmente all'opposto rispetto alla tendenza alla sola azione tipica della spy-story cinematografica (che pur essendo divertente e catartica rischia di far pensare che la spy-story sia solo quella), diretto dallo svedese Tomas Alfredson (già regista dell'ottimo Lasciami entrare) che mette in scena alcune situazioni di tensione degne di Hitchcock.
L'interpretazione misurata di Oldman – che in una scena si fa preparare un paio di occhiali molto simili a quelli indossati da Alec Guinness nella versione televisiva – sfida quella del suo predecessore, specie nel monologo in cui Smiley rivive l'unico incontro con Karla, il suo rivale all'altro lato della scacchiera.
Le musiche, eleganti, sono di Alberto Iglesias, compositore di fiducia di Pedro Almodovar, che già aveva firmato la colonna sonora di un altro film tratto da Le Carré, The Constant Gardener. Nessuna parentela con Julio Iglesias, una cui versione dal vivo de La mer accompagna come un ironico contrappunto la conclusione del film.
Un tocco di correttezza politica: visto che la talpa si rivela bisex, nel film anche Peter Guillam risulta gay, forse per evitare che qualche critico con scarsa esperienza nella storia dello spionaggio britannico voglia vedere a tutti i costi velate accuse nei confronti degli omosessuali (consiglierei la lettura del mio Le grandi spie, dove oltre ai capitoli sulle storiche talpe sovietiche nei servizi britannici e sulle loro variegate tendenze sessuali c'è un intera sezione dedicata all'agente segreto Le Carré) .
Non vi dico, naturalmente, chi sia la talpa, ma a questo punto vi svelo che ruolo ha John Le Carré: durante uno dei flashback sulla festa natalizia del SIS, quando appare il Babbo Natale-Lenin, il grande scrittore è il primo tra i funzionari dell'intelligence britannico a scattare in piedi per intonare l'inno dell'Unione Sovietica. Che la vera talpa fosse lui?
LA TALPA
di Andrea Carlo Cappi
Uno dei capolavori di John Le Carré approda sul grande schermo – a più di trent'anni da una magistrale versione televisiva (1979) con Sir Alec Guinness – nel thriller più elegante della stagione, fatto di sfumature, sguardi, accenni, frammenti di mosaico proposti come flashback, emozioni appena accennate ma potenzialmente esplosive. La dimostrazione che, di quando in quando, anche un remake può essere un'opera d'arte. Sarà che tra i produttori esecutivi figura lo stesso Le Carré, cui è concesso anche un subliminale ma esilarante cameo (non lo avete riconosciuto? Vi do tempo questo articolo per indovinare, poi alla fine ve lo dico io). Sarà che il film non fa concessioni a un pubblico distratto: qui bisogna stare attenti, ricordare quali carte siano state giocate, come in una partita di bridge; intuire quali siano le prossime mosse dell'avversario, come nella partita a scacchi suggerita da Control – capo storico del Secret Intelligence Service – quando ha incollato a ciascuno dei pezzi di una scacchiera la fotografia di uno dei personaggi-chiave del Circus, il quartier generale del servizio segreto britannico.


































