Non capita spesso che a un attore capiti di interpretare se stesso. E non capita proprio mai che un attore debba interpretare sullo schermo una versione romanzata dell'episodio chiave della propria vera vita. Specie se si tratta di una missione segreta svolta per l'intelligence britannico e coperta dall'Official Secrets Act: una missione di importanza vitale, consistita nel sostenere il ruolo di - e sostituirsi pubblicamente a - uno degli uomini che hanno determinato il corso della Seconda guerra mondiale.
Dell'incredibile caso di Meyrick Clifton-James – così come è stato documentato nel libro autobiografico che ispira questo film e che porta la firma del suo stesso protagonista, I Was Monty's Double – ho parlato nel mio saggio Le grandi spie. Dal momento che i diritti d'autore mi danno da mangiare, vi rimando per i dettagli della storia alla lettura della sezione intitolata Operazione Copperhead, alle pagine 151-152. Ma nel 2010, poco dopo l'uscita in del volume, forse sull'onda del successo di Unglorious Bestards di Quentin Tarantino (in cui si sprecano i riferimenti a fatti e personaggi di cui parlo nel mio libro) ho trovato in Spagna in dvd La battaglia segreta di Montgomery (I was Monty's Double, 1958) che non vedevo da un trentennio. E che merita decisamente un articolo.
Dopo Our Friends in the North, restiamo in ambito di serie BBC che flirtano con il noir tornando però indietro di un decennio, quando lo sceneggiatore Dennis Potter inserisce il personaggio di... Philip Marlow (senza la e finale) in un complesso intreccio di realtà, memoria, allucinazione, psicoterapia, surrealismo, musical e satira, con un omaggio al noir anni Quaranta e persino un tocco pirandelliano. È la miniserie The Singing Detective del 1986, sei puntate per circa sei ore e mezza di trasmissione, considerata uno spartiacque della televisione britannica e ispiratrice dell'omonimo film del 2003 con Robert Downey Jr., in cui tuttavia la storia veniva trapiantata negli USA e il protagonista ribattezzato Dan Dark.
Innanzitutto, a dispetto di quanto possa sembrare dalle sequenze iniziali, The Singing Detective non è un thriller. Nella finzione, il titolo è lo stesso di un romanzo di successo (ma ormai fuori catalogo) di uno scrittore che si chiama appunto Philip E. Marlow: con un nome del genere non poteva fare altro che lo scrittore; se solo sua madre lo avesse chiamato Christopher, dice il protagonista (Michael Gambon) a una graziosa infermiera (Joanne Whalley) che non sa chi siano né il detective chandleriano né il drammaturgo elisabettiano.
Stavolta non vado in cerca di reliquie introvabili del passato, né di irrintracciabili edizioni estere, bensì di un film di discreto successo e piuttosto recente, dato che risale al 2010, anche se l’uscita italiana in dvd (da 01, nell’aprile 2011) dovrebbe essere la sua prima apparizione dalle nostre parti. Il regista Neil Marshall, reso famoso da pellicole horror come Dog Soldiers e The Descent, stavolta abbandona il fantastico variamente declinato per raccontare una pura storia di avventure, ispirata dalle leggende riguardanti la IX Legio romana nella Britannia al principio del II secolo d.C.: la legione sarebbe infatti scomparsa misteriosamente tra le nebbie della Scozia intorno all’anno 117.
I tre anni di vita carceraria di Yiu (Tony Leung Ka Fai), occhialuto giovanotto di Hong Kong, sono un viaggio in una realtà per la quale è del tutto impreparato. Yiu viene da una famiglia normale che gestisce un negozio di alimentari, ha una fidanzata e una vita tranquilla. Ma la sera in cui suo padre è stato aggredito da una banda di teppisti, nella colluttazione che è seguita il giovane ha causato involontariamente la morte di uno dei delinquenti.
E così eccolo entrare in un carcere della colonia britannica, con il pericoloso atteggiamento dello scolaretto che deve sempre obbedire alla maestra, anche a costo di fare la spia. Ma qui le regole sono molto diverse: a comandare sono il capo degli agenti di custodia, Hung detto lo Sfregiato (Roy Cheung), e i capetti delle varie bande legate alle Triadi del mondo esterno. E i conflitti sono risolti con scambi di sigarette (quando va bene) o con risse furibonde (quando va male), in cui le guardie di Hung si mettono dalla parte di chi gli fa comodo. Per gli individui solitari non mancano i pericoli.
Secondo Wikipedia, l'isola di Fara, nell'arcipelago delle Orkney (a nord della Scozia), risulta disabitata dagli anni '60. Night of the Big Heat, film di fantascienza del 1967 che riunisce tre nomi celebri del cinema horror britannico quali Christopher Lee, Peter Cushing e il regista Terence Fisher al di fuori del loro abituale punto di riferimento (cioè la leggendaria casa di produzione Hammer) ci spiega forse per quale motivo sull'isola non siano rimaste nemmeno le pecore, che in norvegese antico (fara, appunto) le hanno dato il nome.
All'epoca dei fatti, su Fara si trovano soltanto qualche allevatore di ovini, una stazione meteorologica, un barbone che vive in una grotta, un'officina meccanica e la locanda-pub The Swan, gestita dal signor Jeff Callum (Patrick Allen) – romanziere in cerca di quiete – e da sua moglie Frankie (Sarah Lawson). Come è noto, i romanzieri in cerca di quiete, in questo genere di storie, non ne trovano affatto. Il pub è il punto di riferimento per tutti e il medico del luogo, il dottor Stone (Cushing), praticamente ci vive, insistendo a non togliersi mai giacca e cravatta a dispetto della temperatura che supera ormai i 30 gradi Celsius.
Sì, perché mentre in Scozia, come sempre d'inverno, la neve scende copiosa, su Fara la temperatura raggiunge livelli inesplicabilmente tropicali, che cominciano a dare lievemente alla testa ad alcuni suoi abitanti. Specie quando sull'isola, a bordo di una MG spider bianca, sbarca Angela Roberts (Jane Merrow), la nuova assistente dello scrittore, venuta in realtà con la precisa intenzione di combinare guai.
“Sono morto per voi, Doc. Perché voi non dovreste ricambiarmi il favore?” Questa frase, astutamente cambiata nel doppiaggio italiano (ricco del resto di cambiamenti di nomi di battesimo, modifiche dei giorni della settimana e persino battute di dialogo inventate di sana pianta) è una delle possibili chiavi di lettura del film. Che si apre difatti con la morte di Andy Brooks, bravo ragazzo americano appena uscito dal liceo e proiettato nella giungla del Vietnam, dove fa in tempo a veder morire il concittadino e amico Darren prima di essere a sua volta ucciso da un proiettile. È la sequenza che sfocia nei titoli di testa, commentati da una nenia che scopriremo poco dopo essere la preghiera serale prima del pasto di mamma Christine Brooks. Papà Charlie Brooks (John Marley, apparso in quegli anni ne Il padrino come il produttore Jack Woltz nella scena più splatter del film di Coppola, ma anche ne L’etrusco uccide ancora), invece, voleva che il figlio andasse in guerra e non fosse uno smidollato come sarebbe piaciuto alla mamma.
Comincio subito dicendovi che prima di avere visto il film è meglio non leggere le voci dedicate a questo titolo né sul dizionario Farinotti né sullo specialistico Dizionario del western all’italiana di Giusti, visto che entrambe si premurano di svelare uno dei colpi di scena finali senza avere l’accortezza di mettere l’avviso spoiler. Tranquilli, io non ho intenzione di bruciarvi sorprese. In effetti il principale interesse della peraltro gradevole pellicola è costituito dal fatto di essere una delle rare (due) incursioni del maestro Umberto Lenzi nel western: l’altra è Tutto per tutto, anch’esso datato 1968. Per chi non lo sapesse, Lenzi, già regista di film d’avventura, sarebbe poi diventato un maestro del cinema giallo, sia nella sua accezione di thriller sia di poliziottesco. Avrò occasione di parlare spesso di lui... La necessità di dare un minimo di spazio ad alcuni stereotipi del western – il pistolero riluttante stile Shane (cioè Alan Ladd ne Il cavaliere della valle solitaria), il vecchio becchino simpatico, la ragazza del saloon, il predicatore lesto con la pistola – in un film di solo un’ottantina di minuti che ha anche parecchie idee originali, fa sì che non tutte le trovate vengano sviluppate come avrebbero potuto e non tutti i personaggi abbiano lo spazio narrativo che potevano guadagnarsi, ma il film resta un curioso esempio di spaghetti western con spunti inediti per il genere.
Il titolo italiano del film fa pensare quasi a uno psychothriller, laddove quello britannico è più criptico: letteralmente significa “Un dandy in gelatina”. Più diretto il titolo dell’edizione spagnola Sentencia para un dandy o quello italiano del romanzo di Derek Marlowe (anche sceneggiatore della pellicola), pubblicato nel 1977 dai Gialli Garzanti come Un dandy in trappola. In realtà si tratta di un classico dello spionaggio della Guerra Fredda, per quanto poco conosciuto in Italia. La quarta di copertina del libro italiano alimentava la leggenda che esistessero due finali, uno per l’edizione inglese e uno per l’edizione americana. In effetti la chiusura del film differisce in qualcosa da quella del romanzo...
Noto anche come Just Walking, con il quale è stato presentato in giro per festival ramazzando premi, e Las bandidas (da non confondersi con il Bandidas western con Salma Hayek e Penelope Cruz), questo film è un noir che prende il titolo da un celebre brano flamenco scritto e interpretato da Paco e Pepe de Lucia. Nei cartelloni e nel trailer l’attore di punta è Diego Luna, divo messicano presente anche nel cinema a nord del confine, del cui ricco curriculum mi piace ricordare Ciudades oscuras, basato su Cronache di Madrid in nero del mio amico Juan Madrid. Ma in realtà il film ha un impianto piuttosto corale, in cui dominano i personaggi femminili: Victoria Abril, ahimé lontana dallo splendore dell’epoca almodovariana (anche se la sua voce ancora mi dà un brivido ogni volta che la sento) riprende il personaggio di Gloria Duque, prostituta riciclatasi come rapinatrice, dal film Nessuno parlerà di noi girato dallo stesso regista nel 1995; Ariadna Gil – già interprete de Il labirinto del fauno e di Hormigas en la boca tratto da uno splendido romanzo di Miguel Barroso – interpreta il personaggio principale, Aurora Rodriguez, rapinatrice con una predilezione per il flamenco che finisce in carcere dopo un colpo andato storto; le sue complici, oltre a Gloria, sono la la sorella Ana (Elena Anaya) e l’amica Paloma (Pilar Lopez de Ayala).
Se si vede l'inizio del trailer di questo film si può pensare che sia una pellicola sul filone di The Ring... che si trasforma in un film alla Quentin Tarantino. Se si guarda la copertina del dvd si può pensare piuttosto a un film d'azione che strizza l'occhio a Sin City. In realtà c'è un pizzico di tutto questo (ma senza sconfinare nell’horror o nel fumetto), con anche un paio di momenti di esilarante black comedy. Ma la parentela più stretta è quella con Memento, per quanto il risultato sia lontano dal livello del film di Chris Nolan. Forse perché il montaggio esagera un po' con virtuosismi ed effetti psichedelici che complicano più del necessario un film che, invece, richiede un'attenzione notevole ai dettagli... specie vedendolo in lingua originale senza sottotitoli. Ma vi assicuro che – se i vostri gusti sono abbastanza estesi – ne vale la pena. La storia è corale e apparentemente complessa, raccontata non in ordine cronologico bensì mediante continui passaggi da un momento all'altro della vicenda. Però, se non ci si lascia distrarre dalle numerose ragazze discinte (lo dico per il pubblico etero-maschile o lesbo-femminile: buona parte del film è ambientata in un titty bar con performer ben selezionate), alla fine il film è molto più coerente di quanto possa sembrare a prima vista. E sorge il desiderio di rivederselo per controllare se tutti i frammenti si incasellano al posto giusto... oltre che per riguardare le ragazze, s’intende.
































