Al cinema Bond va in Oriente sul serio per la prima volta nel 1967, in Si vive solo due volte. In una Hong Kong di cui ben poco si vede, una bella ragazza cinese amoreggia con lui per poi chiuderlo in un letto ribaltabile proprio mentre arrivano i killer per ucciderlo. Mai fidarsi delle orientali. Ma niente paura: si tratta solo di una messa in scena dell’MI6 per depistare i nemici. 007 viene quindi spedito in Giappone a sventare sinistri piani della SPECTRE, non prima di informarci di essere laureato in lingue orientali, quasi a voler smentire eventuali sospetti di sino o nippofobia.Una volta sul posto fa in tempo a fingere di sposarsi ma gli uccidono subito la moglie, poi scopre il nascondiglio dei nemici nel cratere di un finto vulcano. Battaglia finale fra cattivi e unità speciali dei servizi segreti giapponesi al comando di Tiger Tanaka.La storia non è un gran che, ma l’ambientazione è peggio: un trailer di tutti i cliché da guida turistica che non riesce a trasmettere nulla della magia così familiare a chi è vissuto in Giappone. Abbondano le geishe, l’ubiquità delle arti marziali, le case di cartone pressato, le donne apparentemente miti e remissive che cedono il passo agli uomini, le cartoline del monte Fuji, senza alcuno sforzo di reperire spunti e ambientazioni originali. Perfino per gli esterni dell’edificio che ospita la sede della Osato Chemicals, la società controllata dalla Spectre, è stato usato l’hotel dove alloggiava parte del cast, il New Otani.Si vive solo due volte è un brutto film, assemblato in fretta e furia al posto del previsto Servizio Segreto, per sfruttare l’immensa popolarità che 007 stava riscuotendo in Giappone. Si pensava forse di sopperire ai limiti di uno script frettoloso e improbabile con effetti speciali, gadget tecnologici e l’appeal esotico di un paese ancora largamente sconosciuto. In effetti, il film fu un successo al box office, ma inaugurò il nuovo filone tecnofantascientifico da cui la serie non si sarebbe più staccata del tutto per decenni. E servì a fare maturare l’abbandono di Sean Connery, esasperato dalle eccessive attenzioni dei fan giapponesi, che arrivavano a seguirlo e a fotografarlo anche al gabinetto. Furono assunte trenta guardie private per proteggere la privacy dell’attore, ma anche loro cominciarono a fotografarlo. Alla fine del film i giornalisti chiesero a Connery se trovasse le donne giapponesi attraenti al che l’attore rispose “No”, attirandosi l’odio delle interessate.
Per un po’ Bond si tenne alla larga dall’oriente, fino a L’uomo dalla pistola d’oro del 1974, che dopo l’avvio si sposta subito a Macao, Hong Kong e Bangkok e a quella che oggi tutti conoscono come «the James Bond Island», un’isoletta nella spettacolare baia di Phang Nga, all’epoca sconosciuta. A differenza di Si vive solo due volte, L’uomo dalla pistola d’ora è oggi un film nostalgico seppur ingenuo, che riesce a far rivivere quell’Asia romantica e conradiana ormai completamente cancellata dal progresso, a partire dal Casinò Lisboa di Macao, le cui strade ai tempi ricordavano quelle di una sonnolenta cittadina ligure. Ogni tanto ci passava un sacerdote in abito talare e bastava fargli aprire bocca perché la sua cadenza lusitana, così simile al genovese, rendesse l’illusione completa. Era una Macao in cui ci si rifugiava per sfuggire ai ritmi convulsi di Hong Kong e di cui oggi non resta più nulla. Da Macao, Bond arriva in aliscafo al terminal dello Star Ferry di Hong Kong e finisce la serata al Bottoms Up, un locale al tempo popolare fra espatriati anzianotti. Ma il grosso del film si svolge a Bangkok, e anche in questo caso l’effetto da filmato promozionale turistico è assicurato, compreso il tour sui canali per vedere il mercato galleggiante. Ed è proprio da un gruppo di turisti che spunta un volto conosciuto, quello dello sceriffo Pepper, che aveva partecipato all’inseguimento in motoscafo di Bond fra le paludi della Louisiana in Vivi e lascia morire. In ogni caso anche questa volta l’Oriente non portò bene. L’uomo dalla pistola d’oro fu un fiasco, tanto che il co-produttore Harry Saltzman finì col vendere il suo 50% di quota alla United Artist e ci mancò poco che l’epopea cinematografica di James Bond finisse per sempre. Per il film successivo, La spia che mi amava, da alcuni considerato fra i migliori, si dovette aspettare fino al 1977.Da quel momento in poi sembrò quasi che, per 007, l’Oriente fosse off limits. James Bond tornò in Asia due volte ma non si spinse più a est dell’India, dove nel 1983 fu girato Octopussy; nel 1987 si fermò invece in Afghanistan per Zona Pericolo, per altro girato in Marocco. In tutto passarono vent’anni perché, con Il domani non muore mai, Bond si avventurasse di nuovo in Estremo Oriente e, più precisamente in Vietnam. O almeno così vuole farci credere il film, in realtà girato in Thailandia, gabbando i vicoli di Bangkok per Hanoi. E a vent’anni di distanza, nel tentativo di ricreare la magnifica Baia di Halong, fa una sua fugace riapparizione perfino la James Bond Island de L’uomo dalla pistola d’oro. Stavolta però il cattivo è un inglese, il perfido magnate delle news Elliot Carver (Jonathan Pryce). Ed è in fondo giusto che spetti al più politicamente corretto degli 007, Pierce Brosnan, seppellire i suoi vecchi rancori con la Cina alleandosi con la bella Michelle Yeoh nel ruolo della spia cinese Wai Lin.
La strada di una pacifica convivenza fra Oriente e 007 sembrava ormai spianata. Invece il peggio doveva ancora arrivare. Ne La morte può attendere (2002), Bond ha la peregrina idea di andare a sfidare Zhao, un terrorista nord coreano, sul suo terreno. E stavolta è troppo anche per il nostro eroe che viene imprigionato, torturato e infine rilasciato in uno scambio di prigionieri. Non è finita. Sospettato di aver ceduto alla tortura e collaborato col nemico, Bond viene sospeso dal servizio. Con l’aiuto dell’agente della NSA Halle Berry si metterà sulle tracce di Zhao, ma per saldare i conti dovrà tornare nella Corea del nord, dove provocherà una strage. Nonostante il film non sia stato girato in Asia, in Oriente ha avuto un forte impatto. E non certo positivo. Non soddisfatti di come il film affrontava la questione delle due Coree, i coreani del sud hanno protestato violentemente e molti teatri hanno sospeso la programmazione dopo pochi giorni. Dopo una settimana dal lancio il film era praticamente scomparso dalle sale. A quarant’anni dal suo esordio sullo schermo, il cammino verso la distensione fra James Bond e le terre del sol levante sembrava ancora molto impervio. Così si concludeva il primo ciclo, cominciato nel 1962. Nel 2006 si apriva la nuova serie con Daniel Craig, che nel 2012, in Skyfall, promette di portare James Bond in Cina. Vedremo come andrà a finire.










Mai andati troppo d’accordo, il James Bond del cinema e l’Oriente. Sempre pronti a procuragli grattacapi, quei cinesi, fin dalla prima volta, in Agente 007 – Licenza di uccidere. La bamboleggiante miss Taro, per esempio, che con soavi parole lo attira in una trappola. “It’s lovely up here in the mountains…” gli sussurra sorniona al telefono, invitandolo a un appuntamento con la morte. Ah, le donne… E mezzo cinese era il terribile Dottor No della SPECTRE (qui accanto in uno studio per un videogioco della Electronic Arts), prototipo di tutti i cattivi a suivre, al quale Bond si rivolge, con un tantino di supponenza: “Con il suo disprezzo per la vita umana, lei lavora senz’altro per l’Oriente.” Che dire poi di Auric Goldfinger i cui scagnozzi sono tutti cinesi dallo sguardo truce? E per chi lavora, nel suo tentativo di distruggere le riserve auree di Fort Knox, se non per la Cina? E non parliamo del killer di turno, il coreano Oddjob con la sua bombetta dai bordi affilati.






















