IL SEGNO DELL'UNTORE - Franco Forte

di  Andrea Carlo Cappi

mailMilano, agosto 1576: mentre infuria una delle numerose ondate di peste che precedono quella del secolo successivo descritta dal Manzoni, il giovane notaio criminale Niccolò Taverna affronta uno dei momenti più difficili della sua vita. La moglie Anita, vittima dell'epidemia, è stata da poco condotta al Lazzaretto con scarse speranze di guarigione. Nel Duomo in costruzione, fortemente voluto dall'arcivescovo Carlo Borromeo, qualcuno ha rubato dall'altare un prezioso candelabro del Cellini. E quel che è peggio il segretario dell'Inquisizione Bernardino da Savona è stato assassinato in piena notte in un appartamento in Corsia de' Servi, dove non aveva la minima ragione di trovarsi; all'ingresso il segno inequivocabile degli untori, coloro che nella superstizione popolare erano responsabili della diffusione del morbo mediante infernali sostanze di cui avrebbero cosparso le porte di casa delle loro vittime.

È così che ha inizio il nuovo romanzo di Franco Forte, Il segno dell'untore, ottimo giallo storico che vede all'opera un credibile investigatore del tardo Cinquecento, affiancato da due validi assistenti che sembrano usciti da un romanzo picaresco: il colossale Rinaldo Caccia, l'uomo forte (ma non privo d'ingegno) della squadra, e il piccolo portoghese Tadino José del Rio, abile nella favella quanto nel lancio del coltello.
È un libro che all'appassionato di gialli procura un duplice piacere. Da una parte quello di una trama precisa, attenta ai particolari, con un mistero ben costruito e una soluzione accurata, alla quale si arriva dopo un brillante guizzo finale, quando i giochi sembrano ormai alla conclusione. Dall'altra parte quello di un uso arguto degli stereotipi del thriller, riportati in modo originale nel XVI secolo: la dimensione umana del protagonista scosso da un trauma e da una perdita personale (la morte al rallentatore della moglie, che nel delirio lo accusa senza motivo di essere responsabile della sua malattia); il suo ritorno alla vita attraverso la possibile storia d'amore con una giovane e bella testimone indiretta del delitto che, attratta da lui, a tutti i costi si vuole improvvisare sua assistente; il conflitto con i superiori (più complesso che nelle inchieste dell'ispettore Callaghan) e il difficile equilibrio tra le diverse ingerenze politiche nelle indagini, che fanno sembrare un gioco da ragazzi i problemi di Renko o Rostnikov con il KGB nei romanzi rispettivamente di Martin Cruz Smith e Stuart Kaminsky.
Niccolò Taverna infatti deve affrettarsi a trovare una soluzione al delitto eccellente, messo sotto pressione dal governatore del Ducato di Milano, dal Capitano di Giustizia e dal Vicario di questi, con il rischio di giocarsi la carriera e la vita; nel contempo deve vedersela con l'inquisitore generale e il suo segretario, pronti a mettere alla ruota o sulla forca chiunque non assecondi i loro oscuri interessi; e questo mentre l'arciprete del Duomo insiste perché il notaio trovi i colpevoli del furto sacrilego in cattedrale. L'unica tra le massime autorità cittadine che non si faccia avanti a forza di minacce è l'arcivescovo Borromeo, in odore di santità, che pure si è fatto dei nemici quando ha ordinato la dissoluzione dell'ordine degli Umiliati, con il quale tuttora sembrano avere misteriosi legami l'Inquisizione e persino la Corona di Spagna: già il Borromeo è sopravvissuto a un attentato e corre voce che alcuni irriducibili dell'ordine si accingano a rialzare la testa.
L'appassionato di romanzi storici può godere invece della rigorosa ricostruzione della Milano spagnola, con i suoi dignitari che fanno a gara nell'ostentare eleganza e potere, e con gli orrori della peste che incombono come un'afa maleodorante sulla città, accompagnati dal cigolio inquietante dei carretti dei monatti che trasportano le salme verso fosse comuni e roghi nei fopponi, non prima di averle depredate di tutto ciò che possono avere di prezioso. Un affresco che a Forte dev'essere costato un lungo lavoro di documentazione, per descrivere con minuzia e leggerezza gli indumenti dei nobili, i pasti del popolo (dubito che la «birraia» possa diventare una delle mie pietanze preferite) e lo stradario milanese di oltre quattro secoli fa.
Come insegna anche il Manzoni, sarebbe impossibile scrivere un romanzo del genere nella lingua dell'epoca, che suppongo un misto di latino, milanese, castigliano e italiano arcaico. L'autore sceglie quindi un linguaggio a noi contemporaneo tanto nella narrazione quanto nei dialoghi – pur con qualche espressione qua e là a mio avviso un po' troppo moderna – in favore di una maggiore leggibilità.
Alla fine – indagando coraggiosamente anche tra gli appestati – Niccolò arriva alla soluzione dei due misteri principali e persino di un altro enigma inaspettato, riuscendo a farsi beffe dell'arrogante e ambizioso vicario del Capitano di Giustizia, che tentava di rubargli i meriti oltre che il mestiere. L'epilogo inoltre sembra lasciar intendere che presto avremo modo di leggere un'altra indagine del notaio criminale...

Franco Forte
IL SEGNO DELL'UNTORE
Mondadori
358 pagine, 15 euro

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