biblioteca-vaticana-450x301"Un taglio netto, più o meno da qui a qui, ti rendi conto? Gli schizzi di sangue sono arrivati sugli scaffali, fino al soffitto, e tutti i volumi di conseguenza sono stati repertati. Volumi antichissimi, capisci, di valore inestimabile. Abbiamo dovuto portarli via e catalogarli come prove. Il sangue era ovunque, ti dico".

Mentre Miranda, del tutto inconsapevole dell’effetto che le sue parole avevano provocato, infilava decisa coltello e forchetta nella bistecca, io con aria furtiva allungavo un’occhiata alla signora del tavolo a fianco che era visibilmente impallidita. Succedeva sempre così, con Miranda.
Era talmente presa dal suo lavoro di antropologa all’Istituto di Medicina Legale che non si rendeva mai conto di quello che diceva, e soprattutto di “dove” ci trovavamo quando lo diceva. Ma non potevo darle torto. Era appena rientrata da Roma, dove era stata chiamata per una consulenza speciale che le aveva consentito di mettere piede in uno dei luoghi più inaccessibili e meglio custoditi al mondo: la Biblioteca Apostolica Vaticana.

caccia-al-buio"Puttane sono," rispondeva Giuseppe quando gli facevano domande sulle donne. Puttane sono, tutte quante" ribadiva con forza e poi riprendeva a tirare dal mezzo sigaro toscano, che teneva perennemente all'angolo della bocca.
Per fortuna, non sempre era acceso.
Nell'osteria, far parlare Giuseppe di donne era diventato un gioco. Lo provocavano, per riderci sopra. Lui sembrava non accorgersene. Oppure non gli importava niente di quello che pensavano gli altri: lui aveva un’idea precisa e la esponeva. Con sintetica chiarezza. Se qualcuno tentava di chiedergli ragione di tale opinione, Giuseppe non dava spiegazioni, tirava il sigaro con voluttà e, lasciando dietro di sé una nuvola di fumo, usciva dal locale. Diretto verso la casa dove viveva da solo.

detective_piccolaGli occhi verdi sembrarono avvampare nella penombra dello studio. La bocca le si dischiuse e per un istante pensai che avevo ancora una possibilità di convincerla. Invece scosse tristemente il capo e i capelli neri danzarono nell’aria, accarezzando il collo di pelo della sua giacca a vento. Sedeva di fronte a me, dall’altro lato della scrivania, stringendo in mano una piccola automatica nera. Era puntata dritta contro il mio petto.
Si strinse nelle spalle.
“A che serve parlarne ancora? Abbiamo già detto tutto quello che c'era da dire.”
Il suo dito sembrò contrarsi sul grilletto, ma non ci avrei messo la mano sul fuoco. Forse ero solo vittima di un leggero attacco di paranoia. Non è facile conservare la calma quando ti trovi a fissare una 22. dal lato sbagliato della canna. Cominci a dubitare della tua popolarità.
Un tram sferragliò via in lontananza, il suono attutito dalla neve, mentre la luce grigia del giorno sfumava verso il crepuscolo.

Maschera_dama_veneziana2Sono una delle prime dame di Venezia. Nei saloni da ballo, quando entro con le braccia nude, il collo e un poco del seno scoperti, perfino le donne mi fissano incantate, desiderandomi forse senza saperlo. Ma io, altera e remota, pongo fra la mia persona e il mondo il palpito lieve del mio ventaglio.
La mia amica Elisa, di cui si dice che non conti più gli amanti, indispettita dalla mia freddezza, si è ficcata in mente di presentarmi un giovane di sua conoscenza, tale Stefano Maironi.
“Egli espugnerà la tua fortezza… È un poeta… bello come un dio greco, fiero e coraggioso… Si dice che sia dedito agli stravizi… che gli piaccia coprire di petali di rose i corpi nudi delle sue amanti…”

ImpressionsUn’altra giornata.
Un altro appuntamento con lo specchio. Screensaver permanente sulla faccia. Borse tipo esselunga sotto gli occhi. Caffè direttamente in vena, grazie. E via in strada, velocità un chilometro l’ora. Neanche più con ‘sta scatola a rotelle lunga un metro e larga un metro si trova posto. Due giri intorno, due giri di bestemmie e becco un buco formato bicicletta e ce l’infilo e anche per oggi ce l’ho fatta. Corsa in ascensore ultrasilenziato fino all’ufficio.
Non un ufficio qualunque. Il mio ufficio.
Il mio ufficio, la mia compagnia, il mio computer, la mia vita: praticamente la stessa cosa. Percentuale CTR del mio tempo libero: 0,0%.
Sono un uomo di successo, io.
E oggi, proprio oggi, compio trent’anni.

campagna_nebbiaQuando ero in vita mi hanno chiamato Cicci, Cicci di Scandicci.
Ora, vorrei che provaste a guardare una mia fotografia, e poi a dirmi se potevo chiamarmi Cicci. Quello è un nome da finocchi. Io finocchio non lo sono mai stato. Mi piaceva la passera. Anche troppo, forse, ma in una maniera sana, schietta, popolare. Come si usa dalle mie parti, dove l'aria è buona e la vita è genuina. O almeno lo era, prima che arrivassero i cinghiali. Io ero buono quanto l'aria che respiravo. Gran lavoratore, tutto il giorno sui campi, la sera in famiglia. Da noi la famiglia vuole ancora dire qualcosa. Abbiamo vissuto alla stessa maniera per secoli, nel nostro piccolo villaggio sulle colline (non era Scandicci, anche se era lì vicino). Si zappava la terra, si beveva un pochetto e si stava in armonia, con i nostri cari. E'così che si diventa artisti.

Mercoledì

Soldiers_arriving_in_DIliaspxPrima ancora che il decrepito 737 andasse ad arrestarsi di fronte alla palazzina che serviva da terminal dell’aeroporto di Dili, i passeggeri avevano già cominciato ad alzarsi fra l’indifferenza delle assistenti di volo indonesiane. Il portello si aprì e una ondata di aria torrida invase la cabina. Avevo trovato posto in coda e fui tra gli ultimi a lasciare l’aereo. Uscii sulla scaletta e mi trovai in un inferno bianco di polvere.
Il timbro delle Nazioni Unite che mi stampigliarono sul passaporto mi informava che sarei potuto restare nel più giovane paese del mondo per cinque giorni. Uscii dalla palazzina e mi feci strada fra pattuglie di soldati neozelandesi in tuta mimetica e nugoli di bambini che si offrivano di guidarmi al migliore e più economico albergo della città. Mi avvicinai a un sikh in turbante con la divisa di sergente dell’esercito di Singapore che teneva in mano un cartello con la scritta ‘Jobert.’


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