Da sempre, così almeno ricordava la gente, anche se qualche voce sosteneva che anni prima, tanti anni prima, con lui viveva una donna, forse la moglie, che improvvisamente un giorno era scomparsa. Doveva essere fuggita con un altro uomo, tutti erano sicuri di questo. Giuseppe viveva con una magra pensione e coltivando un piccolo orto, un centinaio di metri di terra, vicino alla casa, tanto da ricavare il sufficiente per mangiare. In fondo gli bastava poco, rinsecchito e basso com'era. Gli restavano soldi anche per farsi ogni sera un bicchiere di vino all'osteria. Mai più di uno, neanche quando erano gli altri ad offrire. Lui faceva segno di no con la testa, indicando il bicchiere che aveva davanti, pieno a metà. Di parole non ne diceva tante Giuseppe: entrava nell'osteria, ordinava il bicchiere di vino, beveva subito la metà tutta in un fiato, poi restava in silenzio a guardare gli altri che giocavano alle carte, riempiendo di risate e d'imprecazioni lo stanzone, intriso di fumo e d’odori.
Giuseppe rispondeva solo alla domanda sulle donne, tanto ogni sera c'era sempre qualcuno pronto a farla. Poi ripiombava nel silenzio, restando lì a guardare gli altri giocare. Quindi finiva il suo bicchiere e se n’andava. Con una precisione tale che si poteva anche rimettere l'orologio: Giuseppe non si fermava nell'osteria mai più di mezz'ora.
Una sola passione lui aveva, la caccia, e doveva aver speso anni di risparmi per comprarsi un fucile a ripetizione. Ogni domenica all'alba, quando la stagione della caccia era aperta, si vestiva di tutto punto, con tanto di giubbotto e di bandoliera che sembrava Pancho Villa in piena rivoluzione messicana, e si sperdeva nella campagna. Ritornava all'imbrunire con il carniere sempre pieno. Con il fucile, ci sapeva fare: ogni colpo andava a segno.
Una mattina, i vicini lo videro uscire da casa, armato e vestito di tutto punto. Si stupirono perché non era domenica e perché Giuseppe non prese la solita strada che finiva nella campagna ma si diresse verso la stazione degli autobus, praticamente solo una pensilina. Salì su quello che andava in città. Giuseppe si mise a sedere sul sedile in fondo, con il fucile fra le gambe ed il sigaro spento in bocca.
Arrivato in città, scese al capolinea, un grande piazzale pieno d’autobus e di gente, proprio a fianco del massiccio edificio della stazione ferroviaria. Alle otto del mattino, il solito caos di persone che arrivavano in città per lavorare e si disperdevano in mille rivoli, variopinti e rumorosi. Giuseppe discese con calma dal bus, mise il fucile dietro alle spalle e si diresse verso la stazione, salì il grande scalone che portava ai binari, si fermò sul punto più alto, si girò in modo da dominare il piazzale sottostante e le due scale mobili, brulicanti di gente.
Si accese il mezzo sigaro, aspirò una boccata profonda, riempiendo l'aria di un odore acre, imbracciò il fucile e cominciò a sparare, con calma e con terribile precisione. Mirando a colpire soltanto donne. Quattro ne caddero a terra, prima che il suono degli spari, coperti inizialmente dal rumore della città, e le macchie di sangue sul pavimento facessero disperdere la folla in una confusa e disperata fuga. Ancora non era chiaro da dove provenissero gli spari, perciò molta gente commise l’errore di cercare scampo proprio arrampicandosi su per lo scalone. Per Giuseppe fu facile prendere la mira e colpire altre tre donne: una, molto anziana, vestita di scuro, cadendo fece rotolare lungo gli scalini una borsa stracolma d’arance e di verdure, una giovare in jeans, bianchi e stretti, per l'urto violento si rovesciò sul cofano di un taxi, perdendo un sandalo e restando lì con il piede nudo sospeso in aria, la terza era una zingara che scivolò a terra fulminata, con la grande gonna rossa aperta come un petalo sanguinante.
Qualcuno vide finalmente Giuseppe intento a sparare e cominciò ad indicarlo, gridando contro di lui: la folla allora si ritrasse, correndo giù per lo scalone e creando un vuoto fra quello ed il grande piazzale sottostante. Giuseppe allora si voltò e, sempre con il fucile imbracciato, prese ad avanzare nell'atrio della stazione fra la gente che, spaventata dagli spari, si era gettata a terra davanti agli sportelli della biglietteria. Molti, non avendo capito bene né cosa stesse succedendo né da quale punto preciso provenisse il pericolo, continuavano a correre, cercando scampo in una fuga confusa e vorticosamente inutile.
Giuseppe, senza aver bisogno di fermarsi e di prendere la mira, continuò a sparare contro la folla, che tentava di fuggire dall'atrio lungo le scale mobili, sempre cercando di colpire soltanto donne. Prese alle spalle una ragazza che, pur essendo ormai fredda ed inerte, continuò la sua inutile corsa sul tapis-roulant. Poi centrò una donna che urlava disperata, correndo verso di lui con le braccia alzate: lei crollò a terra, finalmente in silenzio, spenta di colpo come una radio rotta.
Giuseppe proseguiva la sua marcia, costellata di spari e di sangue, ma un rumore alle sue spalle lo costrinse a girarsi di scatto: un poliziotto era riuscito ad avvicinarsi e gli stava puntando contro la rivoltella. Giuseppe tentò di sollevare il fucile per sparare ma il poliziotto fu più rapido e con un colpo solo fece nascere un fiore rosso al centro della fronte.
Giuseppe crollò a terra, continuando a stringere il fucile.
Il poliziotto, con professionale rapidità, gli balzò al fianco, con un calcio violento allontanò il fucile e, sempre tenendogli puntata contro la rivoltella, quasi a sfiorare il volto, urlò di restare fermo, a terra. Mai parole furono più inutili: Giuseppe giaceva immobile, le braccia aperte, gli occhi spalancati e vuoti. Il mozzicone di sigaro, ancora acceso, continuava a bruciare sul pavimento, vicino alla bocca socchiusa.
Per sua fortuna, Giuseppe era morto sul colpo, così non aveva fatto in tempo a sentire la voce che gli urlava contro. Né a vedere in volto chi lo aveva ucciso: una donna, anche se poliziotto.










"Puttane sono," rispondeva Giuseppe quando gli facevano domande sulle donne. Puttane sono, tutte quante" ribadiva con forza e poi riprendeva a tirare dal mezzo sigaro toscano, che teneva perennemente all'angolo della bocca.






















