Sorrido e alzo le spalle, credendomi invincibile. Ma ecco che lui appare (la colonna sonora qui è molto sentimentale, un filo di note che mi avvolge il cuore): alto, biondo e languido come gli eroi che vanno a morire. Possiede quel genere di grazia fatata che lo rende quasi simile a una fanciulla.
Nel suo aspetto tuttavia, nel portamento superbo, nel vigore del corpo muscoloso da statua classica, splende una virilità nobile e generosa. Gli occhi grandi e inquieti color del cielo sono arrossati dalle nottate trascorse a scrivere a lume di candela, dalla crapula e dall’uso smodato dell’assenzio: ardono di una febbre inestinguibile.
Eccomi dunque, io che ero stata fino allora predatrice, preda a mia volta. Eccomi a lanciare trepide occhiate, a tremare per una parola, uno sguardo, a spasimare per le lunghe attese, nella speranza di un incontro. Solo ora comprendo che il mio cuore era chiuso; non avevo mai conosciuto l’amore.
Ora lo conosco, in tutta la sua violenza, in tutta la sua furia di tempesta e assalto.
E un giorno, nel mio salotto giallo, Stefano mi offre il suo cuore.
“A quante donne lo hai offerto?”
“A tante, ma nessuna somigliava pur vagamente a te.”
“Ah! Potessi crederti!”
“Te lo giuro…”
“Taci! Mio marito!”
Il marito entra sempre nel momento meno opportuno. Appartenente a una delle più antiche casate veneziane, fedele funzionario del governo austriaco, potrebbe essere mio nonno. Le sue attenzioni (sì, credo che definiscano il sesso coniugale attenzioni) mi colmano di ripugnanza (sto andando a letto con lui: primo piano del mio viso, con espressione da suppliziata).
Ora mi trovo in una gondola chiusa, dalla quale scendo in una calletta buia. Percorro stradine tortuose e androni oscuri, fiancheggiando canali putrescenti e casupole gobbe e storte (la scena è tesa, la musica drammatica e agitata: Zàn zàn, zàzààààn!). Quale forza cieca, quale follia mi ha condotta quaggiù? Ho accettato un appuntamento nella camera d’affitto di Stefano… Ritta, immobile, mi rimiro nello specchio annerito dell’umile stanza.
Una vampa di vergogna mi obbliga a strappar via il denso velo nero dal capo. Brucio, mi par quasi di soffocare. Sono pentita, mi slancio verso l’uscio, voglio fuggire. Ma ecco, un passo sulle scale… troppo tardi!
Stefano compare sulla soglia, le braccia cariche di rose. (La musica esplode in una sola tragica nota: ZÀÀÀÀN!) È pallido, mi fissa come fossi un fantasma, un caro ideale che sta per svanire, come la nebbia alle prime luci del giorno.
“Mia adorata! Ho avuto torto a farti venir qui. Vattene, te ne scongiuro. Non ho il diritto di legarti a me. Mi sono arruolato, vado a combattere con Garibaldi, per la nostra Patria. È mio sacro dovere; se non partissi anch’io, sarebbe una viltà. Torna da tuo marito, vivi serena. Perdonami… Vattene, prima che cambi il mio proposito!”
A combattere con Garibaldi! Mio Dio! Stefano potrebbe morire!
L’amore mio, l’amante mio per cui darei ogni mio avere, perfino la vita stessa!
Un pianto irrefrenabile mi sgorga dagli occhi, un singhiozzo straziato mi prorompe dalle labbra. Mi getto contro il petto di Stefano, incurante delle spine delle rose che mi lacerano la seta dell’abito e la pelle. Egli apre le braccia per accogliermi, pare che ringrazi i numi dicendo: Finalmente!
Ci annientiamo nella follia dei baci, cadiamo sul letto.
Nel… (come lo chiamano?) parossismo della passione… … nel parossismo della passione, dal quale ritorno stordita, con una sensazione di sorda nausea, di malumore serpeggiante.
Come da bambina, dopo un lungo pomeriggio al cinema, avvolta da quel buio attraversato da colori e suoni che somigliava tanto al sesso. (Ero molto piccola quando hanno chiuso le ultime sale, e oggi mi sembra impossibile che sia mai esistito il cinema).
Mi alzo a sedere sul letto, la mente confusa come un software impazzito; mi sfilo dall’interfaccia cerebrale il microchip della mia SEV (Simulazione Erotica Virtuale) personalizzata.
Penso che dovrò rivedere la sceneggiatura. Il periodo storico, sì, è quello in cui avrei voluto vivere, il XIX secolo dello scorso millennio, l’epoca dell’amore romantico, delle passioni forti, dei nobili ideali e delle gesta eroiche. Nella mia SEV sono una donna sposata con un funzionario del governo austriaco, che ama un giovane poeta garibaldino: così, arrivo a sfidare due volte la società del mio tempo, sul terreno della morale sessuale, e su quello della politica. Per di più, provo il brivido necrofilo di stringere fra le braccia un grazioso eroe votato alla morte, un fiore sul punto di essere reciso dal suo stelo.
Ma, così com’è, non è ancora abbastanza trasgressiva.
Il copione attuale è un miscuglio fra Gabriele d’Annunzio, Fogazzaro, Senso di Boito/Visconti e un medodramma di Matarazzo con Amedeo Nazzari. Aggiungerei sicuramente una pipa d’oppio che fumerei con Stefano, e un pizzico di morte a Venezia del buon Thomas Mann… Sì, una voluttuosa scena in cui arrivo inaspettata in camera di Stefano e lo trovo in compagnia di un bel garibaldino che lo incula con spinte poderose. Anch’io potrei avere un’amante, una nera delle Antille, ballerina o modella… In quattro, formeremmo deliziose combinazioni trasgressive. E raggiungerei il traguardo di una sestupla trasgressione: adulterio, rivoluzione, omosessualità (doppia), orgia e rappresentazione di garibaldini froci.
Il tutto condito in salsa patriottica.Non so perché, ma la Patria mi intriga troppo, in un’epoca come la nostra in cui non ci sono più patrie, ma un Governo Globale che si regge sull’economia internazionale e i grandi trust tecnologici, contestato soltanto da tensioni etniche e religiose ormai troppo svuotate di senso per rappresentare una minaccia concreta.
L’idea che qualcuno vada spontaneamente a morire per la Patria, mi erotizza più di ogni altra.
La gente, di solito, sceglie forme più grossolane di trasgressione, o meno creative. Molti vogliono essere gli eroi della trasgressione, come Oscar Wilde, i poeti maledetti, le rockstar del secolo scorso, adottando il repertorio più rozzo e ingenuo dell’immaginario collettivo. Impersonano, per esempio, il marchese de Sade come un imbecille imparruccato e incipriato, gli occhiacci da diavolo e la bava alla bocca, che frusta femmine urlanti nelle segrete di un castello.
Io lavoro con i sentimenti, le idee, gli stati di coscienza, le sfumature morali. Su quelle condizioni culturali e spirituali che rendono l’atto trasgressivo veramente raffinato, squisito. Nella mia ricerca della trasgressione pura, sono una perfezionista.
Sullo schermo del mio PC si è aperta la finestra che mi annuncia messaggi in in arrivo. È Stephen, che mi convoca per un in contro privato. Fra un’ora, alla sede della E.V.A. (Experimental Virtual Association).
Esco di casa, chiamo l’ascensore, e mi accorgo che è bloccato.
Il solito tizio che ha fermato la cabina fra un piano e l’altro, e fa sesso con non so chi, sua moglie, la sua fidanzata, una appena rimorchiata, una puttana. Prevedibile, scontato. Mentre scendo le scale a piedi, vedo la cabina che riparte, sale, si ferma, ridiscende.
È evidente che quei due, mentre si sbattono, premono il pulsante di salita e discesa con le natiche sussultanti. Sento gemiti, ansiti, strilli. Ormai, costruiscono questi antiquati ascensori a gabbia soltanto perché la gente possa far capire ai vicini che ci scopa dentro.
Non si rendono conto che ormai non c’è più nessuno, nessun vecchietto o vecchietta, in grado di scandalizzarsi, e pertanto di premiare i trasgressori.
Che noia: oggi è la festa della trasgressione.
Istituita nel 2026 (o nel 2027?), la festa della trasgressione non è una festa nazionale, ovviamente, ma piuttosto qualcosa di simile alla festa della mamma, del papà, della donna, del gatto.
Festeggiare la trasgressione è facoltativo, ma in qualche modo tutti ci sentiamo obbligati a farlo.
Perciò via libera a omosessualità, sadomaso, scambio delle coppie, pioggia dorata, feticismi assortiti eccetera. La tradizione, relativamente recente, vuole che tutti, in questo giorno, trasgrediscano in un modo o nell’altro, come il tipo dell’ascensore e quest’altro, fermo davanti a un semaforo, con il suo torace villoso e la folta barba, che indossa soltanto uno slip e un reggicalze, o quell’altro ancora, che porta una gonna con uno strascico lungo almeno quattro metri e un cappello di frutta finta (soprattutto banane).
C’è tutto un folklore legato alla festa della trasgressione. La gente scopa in luoghi che, se non sono proprio pubblici, non sono neppure privati, si traveste come vuole, si fa trascinare al guinzaglio, eccetera. Vengono aperti luoghi di culto e cimiteri per chi ha il gusto di dissacrare o darsi a giochi necrofili, e il Governo Globale chiude un occhio.
Per la festa della trasgressione, un maxischermo nei principali spazi di raccolta (non abbiamo città né paesi da quando la campagna non esiste più, ma solo agglomerati urbani alternati da spazi) trasmette ininterrottamente immagini di video porno, per soddisfare ogni genere di utenza.
I vari Enti Decentrati che fanno capo al Governo Globale organizzano performance erotiche dal vivo e lotterie erotiche, offrendo in premio prostituti dei due sessi, bellissimi e disposti a tutto.
Anche i locali privati si arrangiano con concerti, spettacoli di cabaret, tombole erotiche da giocarsi fra amici. Da quando i ristoranti cinesi hanno lanciato il menu speciale per la festa, con frutti da inserire nella vagina o nell’ano e salse da spalmarsi sul corpo, gli altri locali si sono adeguati e cercano di superarsi con grandi abbuffate in cui predominano i cetrioli, la panna montata e lo champagne (da versare nella scarpa con tacco a spillo della partner).
Esistono anche dei fast food con menu speciali per coprofagi, a base di merda.
Per la festa della trasgressione, ci scambiamo regali: magliette con riproduzioni di immagini erotiche indiane, o cinesi, o del settecento francese, video porno ad hoc, attrezzature assortite da sexy shop, piccoli falli di plastica (oppure enormi, sculture da collocare in camera da letto), cibi e profumi afrodisiaci, biancheria intima, fruste, manette per incatenarsi (o incatenare) al letto, bambole per tutti gli usi (tranne quelle da pompino: il pompino è per famiglie, lo insegnano le mamme ai figli fin dall’età scolare). E, naturalmente, simulazioni virtuali.
Tutto questo, come dice Stephen, significa che la trasgressione è fottuta. Il crepuscolo degli dei trasgressivi.
Stephen mi riceve nel suo ufficio, situato nel seminterrato della sede della E.V.A., una costruzione di due piani.
Sono rari, ormai, gli edifici di venti e più piani, e ancora più rari i campanili, le torri, i fari. Il nostro mondo è orizzontale, e dilaga fino a divorare tutto lo spazio, piatto, povero di elevazione verso l’alto.
Da quando, tredici anni fa, mi sono laureata in scienze virtuali, lavoro per Stephen in qualità di consulente artistico: leggo libri, vedo film del vecchio cinema, fiction televisiva, spot pubblicitari eccetera, per ricreare scenari e trame per simulazioni virtuali.
In tredici anni, Stephen e la sua E.V.A, inizialmente un piccolo gruppo tecnologico in ascesa, hanno fatto molta strada. Le prime simulazioni virtuali erano molto rudimentali, e somigliavano ai vecchi giochi di ruolo. Poi, sono diventate veri e propri viaggi in altri mondi. Basta inserire un microchip nell’interfaccia cerebrale che mette in comunicazione il software con la ghiandola pineale, la sede dell’immaginazione, per stimolare sensazioni, immagini, intere sequenze di sogno. Vivide, autentiche, e con un pregio che i sogni non hanno: il finale, lo scriviamo noi.
Fino a cinque anni fa, farsi inserire un’interfaccia cerebrale era un’operazione molto costosa, e solo i molto ricchi potevano permetterselo. Ma la E.V.A. lo sta rendendo accessibile a quasi tutti: si stima che fra cinque, sei mesi al massimo il novanta per cento della popolazione adulta del pianeta avrà una interfaccia cerebrale.
Cosa che farà di Stephen uno degli imprenditori più potenti del mondo, nonché un benefattore dell’umanità, due cose che nella nostra epoca coincidono.
Stephen è seduto su una poltrona a dondolo, sotto il lucernario che lo illumina rendendolo come irreale, immerso in un pulviscolo dorato. È lo Stefano della mia simulazione virtuale; ho dato il suo corpo e il suo volto al protagonista della mia storia trasgressiva personale.
Ma lo Stefano virtuale è intenso, appassionato ed entusiasta, in una parola vivo; mentre lo Stephen reale è spento, apatico, privo di slancio: sfinito dalla fatica di vivere. Sul bel viso appannato è sceso un invisibile velo grigio; gli opachi occhi azzurri non esprimono nessun sentimento, a parte forse, una lieve perplessità.
Stephen sospira, come se fosse molto, molto stanco. E, probabilmente, lo è. Lavora sulle simulazioni virtuali da quand’era giovanissimo; ha creato il suo primo videogioco a soli quattro anni, un’età precoce anche in un’epoca come la nostra, popolata da piccoli Mozart. A dodici anni ha concluso il suo curriculum di studi, e a diciassette fondava la E.V.A., diventando il genio rivoluzionario della trasgressione virtuale.
Stephen mi fa segno di sedere accanto a lui. Aspetto che mi spieghi il motivo di questa convocazione. Lui ha sempre parlato pochissimo, come tutti quelli abituati ad ascoltare i dialoghi delle simulazioni virtuali nella sua mente; e anche adesso usa poche parole, quelle strettamente indispensabili.
“Sto per morire.” Sento un cedimento di tutto il mio essere, come una diminuzione. “Hai solo trentacinque anni” dico.
“I medici non sanno cosa sia. Una forma di demenza precoce, un processo degenerativo delle cellule. Non esiste una cura.”
Stephen si dondola impercettibilmente, tanto piano che è quasi impossibile percepire quel movimento minimo.
“Ho dedicato la mia esistenza, tutte le mie energie alla trasgressione. Tu e io abbiamo compreso che il solo modo per mantenerla in vita è costruirle intorno climi, ambienti e culture in cui sia possibile, abbia un senso… Senza scandalo, non c’è trasgressione. Oggi tutti vogliono trasgredire, ma se tutti trasgrediscono è la morte della trasgressione. Che fare? Come rendere accessibile a tutti qualcosa che non lo è nella sua natura intrinseca? Ho studiato e cercato il modo di risolvere questo problema, e ci sono riuscito. Mi sono ucciso vivendo milioni di vite virtuali e invecchiando rapidamente, ma ci sono riuscito.”
Fra le mani sottili ed esangui ha un piccolo scrigno nero.
“Te l’affido. La trasgressione eterna.”
Apro lo scrigno ed esamino il microchip che contiene. È più complesso, più sofisticato di quelli attualmente in commercio per le SEV.
“Il nuovo modello di simulazione virtuale. Se la E.V.A. lo lancerà sul mercato, sarà personalizzato sull’acquirente, come del resto quelli già in vendita. Permette di sognare, e nello stesso tempo di continuare a vivere la realtà di tutti i giorni. Chi lo usa, può parlare e agire secondo il suo consueto ruolo sociale, e contemporaneamente vivere nel mondo virtuale. Come inserire una specie di pilota automatico. Pensa: tutta la popolazione del pianeta che lavorerà senza fatica, senza neppure accorgersi di farlo, mentre la parte più creativa del cervello si divertirà.”
Un’interfaccia cerebrale per tutti, una SEV per tutti. Una moltitudine di automi che mangiano, si muovono, parlano, gestiscono e svolgono le loro funzioni, posseduti dal demone del frutto proibito.”
Un popolo di zombi, forse, ma zombi trasgressivi e felici.
Stephen mi prende la mano, la stringe debolmente.
“Cambierà il mondo, il Governo Globale lo accoglierà come una vera benedizione. Il Governo stesso non avrà più ragione di essere. Sarete tutti liberi. Resterete giovani per sempre, e la morte vi sorprenderà dolcemente nel mezzo del sogno.”
Stephen chiude gli occhi. Non c’è più niente da dire. Inutile anche dirgli che lo amo. Forse, anche lui mi ama, dal momento che io sono la protagonista delle sue trasgressioni virtuali, come lui lo è delle mie. Fra noi, nella vita reale, non avrebbe mai potuto essere più bello di così. Sarà ancora incredibile, quando lo ritroverò nella trasgressione eterna.
Di nuovo fuori, con il dono di Stephen all’umanità, fra la folla della gente che esce dal lavoro per andare a trasgredire, penso a come e quanto la nuova invenzione rivoluzionerà le loro vite.
Effettivamente, ho tra le dita quello a cui gli esseri umani non hanno fatto che tendere dall’inizio dei tempi: la libertà dal lavoro e dalla sofferenza, la fine delle delusioni e frustrazioni, i desideri realizzati, l’innamoramento ricambiato, le conquiste e i trionfi, il gioco perpetuo, il piacere rinnovabile all’infinito, il potere illimitato sulla propria vita. In una sola parola, il paradiso in terra. Essere come Dio. E la scelta spetta a me.
Se apro questo scrigno, se metto in commercio il microchip, posso cambiare il mondo.
Rivedo lo sguardo di Stephen: pieno di nostalgia. Di come avrebbe potuto essere la nostra storia in passato, quando il sogno e la realtà esistevano sullo stesso piano. E mi chiedo se può esserci davvero vita, senza volere qualcosa di più, il desiderio inconfessabile, l’amore che non osa dire il suo nome, la sfida alle convenzioni, il segreto e l’effrazione, il mistero, la sfida e la rivolta, il pericolo e… sì, il senso di colpa, che esalta il godimento.
Ma una simile felicità non sarebbe tale, se dovessi dividerla con gli altri, con tutti. Non voglio diventare un automa fantasticante fra miliardi di uguali automi fantasticanti. Il frutto proibito, lo voglio tenere interamente per me. Per essere come Dio, avere tutto il potere nelle mie mani.
Lo so, escludo il resto dell’umanità dal Cielo.
Lo so, nego ai più poveri il sollievo dalla loro miseria quotidiana.
Oh, sì, tradisco anche Stephen.
Oh, sì… sono davvero diabolica.
È questo il godimento più sconvolgente: per la prima volta, quello che ho provato in migliaia di simulazioni virtuali diventa reale.
Tremando di gioia, assaporando questo istante di vergogna e di gloria, mi inserisco il microchip nell’interfaccia cerebrale, e allora… oh, sì… finalmente, sento che la trasgressione è una festa.










Sono una delle prime dame di Venezia. Nei saloni da ballo, quando entro con le braccia nude, il collo e un poco del seno scoperti, perfino le donne mi fissano incantate, desiderandomi forse senza saperlo. Ma io, altera e remota, pongo fra la mia persona e il mondo il palpito lieve del mio ventaglio.






















